Abu Dhabi esce dall’organizzazione petrolifera dopo quasi 60 anni. La mossa indebolisce l’alleanza guidata da Riad e arriva mentre il conflitto in Iran rimodella gli equilibri energetici globali. Per l’Italia si aprono possibili risparmi miliardari.
La rottura con l’Opec: una scelta storica
Con una nota ufficiale diffusa dall’agenzia di stampa statale Wam, gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato la loro uscita dall’Opec e dall’alleanza Opec+ a partire dal 1° maggio 2026. Una decisione che chiude quasi sessant’anni di appartenenzae che lascia il cartello ridotto a undici membri: Algeria, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Arabia Saudita e Venezuela.
Il comunicato ufficiale dice che la scelta si fonda su una “revisione completa della politica di produzione” e risponde all'”interesse nazionale” del Paese. In termini pratici significa che Abu Dhabi vuole aumentare la propria capacità estrattiva senza dover concordare nulla con Riad o con chiunque altro. Nel febbraio 2026, gli Emirati erano il terzo produttore all’interno dell’organizzazione, subito dopo Arabia Saudita e Iraq. Nel 2022 estraevano circa 4 milioni di barili al giorno, pari a oltre il 4% della produzione mondiale. L’obiettivo dichiarato è portare la quota dell’Adnoc fino a 5 milioni di barili giornalieri, un traguardo anticipato rispetto ai piani originari fissati al 2027.
Non è una sorpresa assoluta. Già nel 2021 Bloomberg aveva segnalato le tensioni interne tra Emirati e Arabia Saudita sulle politiche di produzione. Il meccanismo dell’Opec+ imponeva tagli coordinati per sostenere i prezzi, ma Abu Dhabi voleva fare di più. Il conflitto con l’Iran, che ha complicato i transiti nello Stretto di Hormuz e ha esposto gli Emirati ad attacchi diretti, ha fatto da detonatore, trasformando una frizione latente in una rottura formale.
Un cartello in declino da tempo
Per capire il peso di questa notizia, occorre tornare indietro di mezzo secolo. Nel 1973, durante la guerra dello Yom Kippur, l’Opec utilizzò il petrolio come arma politica: razionò le forniture ai paesi occidentali accusati di sostenere Israele, provocando una crisi energetica senza precedenti. In Italia si ricordano ancora le “domeniche a piedi” e le misure di austerità imposte dal governo. Quella crisi trasferì enormi risorse finanziarie dai paesi industrializzati al mondo arabo produttore di idrocarburi e cambiò per decenni la percezione globale del potere energetico.
Da allora, però, le cose sono molto cambiate. Il boom del fracking e dello shale gas negli Stati Uniti ha restituito a Washington il primato mondiale nella produzione di petrolio, senza che gli americani abbiano mai fatto parte dell’Opec. Brasile, Messico e Canada sono cresciuti come produttori indipendenti. L’organizzazione aveva tentato di compensare questo spostamento di baricentro allargandosi alla Russia e ad altri Paesi non allineati, dando vita all’Opec+, ma non è riuscita a recuperare il peso degli anni d’oro.
L’uscita del Qatar nel 2019 era già stato un segnale. Ora quella degli Emirati colpisce al cuore del sistema, perché riguarda uno dei soci più produttivi e più influenti.
Dietro la decisione c’è la guerra in Iran
La scelta degli Emirati non può essere letta solo come una mossa tecnica sulle quote di produzione. Si inserisce in un contesto geopolitico radicalmente cambiato: la guerra in Iran, scatenata da Israele e Stati Uniti, dei quali gli Emirati rappresentano il più fedele alleato arabo nel Golfo, ha messo sotto pressione i traffici nello Stretto di Hormuz, principale via d’uscita del greggio dalla regione.
Gli attacchi iraniani hanno colpito anche infrastrutture emiratine, inasprendo le critiche di Abu Dhabi nei confronti degli altri stati arabi, accusati di non aver fatto abbastanza per la difesa comune.
C’è poi la questione bilaterale con l’Arabia Saudita, con la quale gli Emirati hanno coltivato per anni un rapporto fatto di rivalità tanto quanto di cooperazione. I due paesi rappresentano due modelli distinti: Riad è una monarchia conservatrice, custode dell’ortodossia islamica wahhabita; Abu Dhabi e Dubai puntano invece su un modello più aperto, con una forte proiezione economica internazionale.
Le frizioni all’interno dell’Opec rispecchiano questa diversità strutturale. La prima metaniera emiratina a transitare nello Stretto di Hormuz dopo la riapertura parziale, la Mubaraz, è già passata ad aprile: un segnale concreto che Abu Dhabi non intende aspettare.
Cosa cambia per l’Italia e per l’Europa
Per un Paese come l’Italia, importatore netto di energia, la frammentazione del cartello petrolifero può tradursi in un vantaggio concreto. Secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, la maggiore libertà produttiva degli Emirati, con un potenziale aumento di 700-900mila barili al giorno rispetto ai vincoli precedenti, introduce un elemento di pressione al ribasso sui prezzi. Anche un calo limitato, nell’ordine di 5-10 dollari al barile, potrebbe generare risparmi tra i 5 e i 7 miliardi di euro su base annua per l’economia italiana, con effetti positivi sulle bollette delle famiglie e sui costi di produzione delle imprese.
Il ragionamento è strutturale. L’Opec più debole significa un mercato meno concentrato, meno esposto a decisioni politiche coordinate sui prezzi. L’Arabia Saudita rimane il perno del sistema, ma con minore capacità di imporre una linea comune agli altri produttori. Nel breve periodo, però, gli analisti invitano alla prudenza: l’uscita degli Emirati potrebbe essere letta dai mercati come una frattura politica nel Golfo, in un momento in cui la crisi dello Stretto di Hormuz è ancora aperta.
La volatilità resta alta, e le conseguenze definitive dipenderanno dall’evoluzione del conflitto iraniano.
Una storia di potere, petrolio e conseguenze impreviste
La parabola dell’Opec è, in fondo, la storia di un potere straordinario costruito in pochi anni e consumato lentamente nel tempo. Dopo il primo shock del 1973 e il secondo legato alla rivoluzione iraniana del 1979, i petrodollari avevano finanziato classi dirigenti che non seppero investire nella modernizzazione dei propri paesi.
La ricchezza estrattiva si trasformò spesso in rendita senza sviluppo, in disuguaglianze crescenti, in tensioni sociali che trovarono sfogo nell’estremismo religioso. Il patto tra la monarchia saudita e il clero wahhabita, stretto per timore di fare la fine dello Scià di Persia, finanziò per decenni moschee e scuole coraniche in tutto il mondo, con conseguenze che sono ancora visibili.
Oggi quello scenario appare lontano. L’uscita degli Emirati segna, simbolicamente, la fine di un’epoca in cui il controllo sul rubinetto del petrolio equivaleva a un potere geopolitico quasi assoluto. Il mercato energetico è più plurale, più frammentato, e la dipendenza occidentale dagli idrocarburi del Golfo si è molto ridotta rispetto agli anni Settanta. L’Opec non scomparirà domani, ma la sua capacità di coordinare i prezzi e condizionare le economie mondiali è ormai una frazione di quella che paralizzò l’Occidente mezzo secolo fa.
Credit foto: Poetra.RH / Shutterstock.com
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
