Vi capita mai di vedere un capannello di “anziani” ambosessi che tendono ciascuno il suo telefono cellulare verso altri anziani con un sorriso orgoglioso? Io ne vedo spesso. Sono i miei coetanei e le mie coetanee, anno più anno meno, che si mostrano l’un l’altro, foto o video di bambine e bambini, in genere belli o molto belli, certe volte bellocci, al limite anche bruttini ma comunque freschi, teneri, buffi. In un aggettivo: “adorabili”.
No, non si tratta di pedofilia, non è una generazione valorosa che ripiega in tarda età sulla lussuria più atroce, si tratta di estremisti della “nonnaggine entusiasta”, vizio non grave ma persistente che si basa su una aritmetica inappellabile: ad essere Grandi Adulti (i nati fra il 1946 e il 1964) siamo circa 15 milioni; i nati dopo il 2010 sono pochissimi, sempre meno. La donne, per motivi diversi ma tutti validi, non fanno figli o ne fanno uno a testa – cosa che non rimpiazza nemmeno i morti -, così il mondo si spopola di minorenni e si gonfia di eterni ragazzi sulla settantina. Questo, è naturale, rende i più piccoli super-amati. Seguiti con attenzione spasmodica. Lodati e filmati. Fotografati, registrati, commentati e vantati come non era mai accaduto prima.
Prima di cosa? Prima della crescita sottozero, prima che ogni bambino fosse celebrato come un eroe dei nostri tempi. Una rarità.
Loro, i piccoli furbetti, succhiano il miele dei più sviscerati complimenti e crescono soddisfatti. Creativi. Intelligenti. E con un parco parole degno di uno studente universitario. La mia nipotina cinquenne, l’anno scorso, tornando da un pomeriggio del sabato di svago nutriente consumato con suo padre, mi disse: «Nonna, ho fatto un’esperienza immersiva». In precario equilibrio fra orgoglio e preoccupazione, ho sondato la piccola per capire se aveva capito: aveva compreso perfettamente. Aveva capito le parole di suo padre, che le parla come se fosse un essere umano in formazione e non un alieno demente.
Quando si è molto vecchi si dimentica tutto, quando si è molto giovani si ricorda tutto, le parole che senti ti si incollano dentro come mosche su una carta moschicida e non se ne volano via come quando hai i neuroni stanchi. I bambini ci ascoltano quando sono piccoli, ci criticano quando incominciano a essere grandi anche loro.
Se siamo dei buoni genitori, se siamo dei nonni attenti, diamo ai nostri bambini gli strumenti per giudicarci, insieme all’invito a ragionare sempre.
La mia nipotina cinquenne ieri, a fronte dell’ennesima visione della Bella Addormentata nel Bosco, mi ha detto: «Ma le salva sempre un principe? Non si salvano mai da sole?». Ho provato un attimo di sincero entusiasmo, ho pensato che ormai si nasce femministe. Consapevoli della propria forza e del proprio valore. Quando sono diventata nonna per la prima volta, nonna di Mara, che adesso ha 10 anni, ero talmente esaltata che ho scritto un intero libro a lei dedicato, dando conto dei suoi primi tre anni di vita. Titolo: Tempo con bambina. Ho scoperto, osservandola, che da zero a tre anni si cambia ogni giorno. Ogni giorno conquisti un gesto, una parola, una posizione, dal primo vagito al primo giorno di scuola.
Ho scoperto anche che quello dei nonni per i nipotini e le nipotine è un tipo di amore davvero particolare: Lalla Romano – una delle più grandi scrittrici del ’900, una specie di antesignana nobile dei cosiddetti “Memoir” tanto di moda in questa fase di trionfo dell’ego e oggi ingiustamente dimenticata – ha scritto il romanzo della sua relazione con il figlio di suo figlio. Si intitola L’ospite e contiene questa definizione dell’amore da nonni: “Una felicità molto più grave, appassionata e complessa di quella che mi ero immaginata”.
Concordo e così parlo della mia prima nipotina: «Esiste da un pugno di mesi ed è tutta occhi, orecchi, olfatto, tatto. Un’esploratrice sensoriale. Una perfetta macchina da apprendimento. È al di là dell’invidia questa posizione di principiante assoluta».
Mi sono accomodata a mia agio nel ruolo di nonna: non educo, contemplo. Non sgrido, spiego. Non rinuncio mai a rispondere. Non c’è domanda che osi evadere come mia madre fece con me: «Sei troppo piccola, ne parliamo quando sarai cresciuta». La domanda, mi pare, era sull’esistenza di Dio. C’era o non c’era? Se ne parlava a scuola, nell’ora di religione, però a casa mai.
Ma soprattutto, quando sono con la nipotina più piccola, non smetto mai di giocare. Gioco seguendo il suo linguaggio, il suo desiderio, il suo alfabeto affettivo. Non le nego mai la mia attenzione, non la lascio mai da sola davanti a un film o a un cartone animato, condivido. Sempre. E commentiamo insieme, evitando così l’effetto “telebabysitter”, che è povero e anche rischioso.
Lei, la piccola, in cambio, mi mostra come è la realtà guardata di sotto in su. Eccitante. Una riflessione mi ha colpita e ve la propongo: ai figli si insegna, dai figli dei figli si impara.
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