Paolo Bertolucci, leggenda dello sport italiano, analizza il decennio che lo ha visto protagonista. «I campioni di oggi sono imprenditori, noi ci autogestivamo». E sulla finale della Davis in Cile ricorda: «Il sì decisivo per andare a giocare arrivò da Berlinguer e Andreotti»
«Si andava in piazza e si sparava, non è come gli scioperi o le manifestazioni di oggi, erano anni pesanti quelli. Io naturalmente li ricordo con dolcezza, nei ’70 eravamo giovani pieni di idee e speranze».
Paolo Bertolucci, da Forte dei Marmi, non è solo un campione di tennis che è entrato nella storia dello sport, è un profondo conoscitore della società e della sua evoluzione, che non sempre è andata nella direzione giusta. A partire da quello che è sempre stato il suo sport, il tennis, che adesso osserva da commentatore televisivo.
«Oggi c’è poco spazio per il talento, come in tutti gli altri sport. La struttura, la tenuta fisica e quella mentale sono diventate delle chiavi basilari. Se poi a queste ci aggiungi un po’ di talento, non guasta. Ai tempi nostri si partiva dal talento e poi si vedeva il resto, adesso la clessidra è rovesciata».
Il suo soprannome era “Braccio d’oro” per la sensibilità e classe cristallina, ma oltre alle doti tecniche, quali erano i suoi punti di forza?
Fisicamente ero molto rapido e veloce, certo mi mancava una “spanna” in altezza. Ero molto vispo, lucido, diciamo perspicace: vedevo e capivo prima le situazioni di gioco, però mentalmente, come fisicamente, non avevo una grande resistenza: dopo un po’ nella partita la testa non mi aiutava più.
Paolo, gli anni Settanta sono stati per il tennis, e non solo, un periodo irripetibile con personaggi incredibili fuori e dentro al campo. Come si potrebbe spiegare oggi quel decennio?
Nello spogliatoio c’era tanta goliardia. La sera uscivamo con francesi, spagnoli, insomma, atleti di ogni parte del mondo, tutti insieme a cena. Dovevamo rendere conto solo a noi stessi, non c’era nessuno a dirci cosa mangiare e cosa evitare, a che ora dovevamo andare a letto. Dovevamo autogestirci. Adesso i giocatori di livello sono degli imprenditori, perché intorno a loro ci sono una decina di persone che a fine mese vanno pagate: hanno almeno un paio di allenatori, il fisioterapista, il mental coach, alcuni addirittura l’accordatore personale. Si muovono con il pulmino, noi andavamo a piedi.
II doppio con lei e Adriano Panatta è diventato leggenda nello sport italiano, non solo per i risultati, ma per l’incastro diverso tra due personalità. Come siete riusciti a rendere popolare uno sport come il tennis, considerato fino ad allora d’élite?
In quegli anni c’era amicizia tra gli atleti, ora solo rispetto. Il tennis, quando abbiamo iniziato a giocarlo, era riservato a una nicchia, noi lo abbiamo reso popolare grazie alle nostre personalità, alla vittoria della Davis e ai trionfi di Adriano a Roma e a Parigi. Adesso con lo strapotere di Sinner e i buoni risultati degli altri italiani, la popolarità di questo sport è ai massimi livelli.

Gli Anni ’70 sono stati un periodo di grandi cambiamenti sociali e culturali. In che modo questi fermenti si riflettevano sul mondo dello sport? Come sono stati invece i suoi Anni ’70?
Il nostro lavoro ci portava a vivere gran parte dell’anno all’estero, quindi vedevamo e sentivamo tutto molto attutito. Il Corriere della Sera in Australia arrivava con due giorni di ritardo, a New York la sera dopo, andavamo in un ristorante apposta per leggerlo. Tutto era attutito. Quando tornavamo in Italia vedevamo che c’era una situazione piuttosto tesa. Io però andavo spesso in Argentina dove c’era Videla, in Cile dove regnava Pinochet, in Cecoslovacchia e Corea del Sud, e vedevo che la stessa situazione era presente un po’ ovunque, con regimi pesanti. Alla fine pensavamo che in Italia c’era comunque la democrazia, anche se in piazza scoppiavano scontri piuttosto forti e decisi.
La finale di Coppa Davis a Santiago del Cile nel 1976, sotto il regime di Pinochet, è stato uno dei momenti in cui lo sport si è scontrato violentemente con la storia e la politica del tempo. Sentivate il peso su di voi dell’opinione pubblica e della politica che vi usava come simbolo?
In quel periodo ero già in Sudamerica perché stavo giocando in quel circuito. Adriano era in America. In Italia c’erano gli altri due componenti della squadra, Corrado Barazzutti e Antonio Zugarelli con Nicola Pietrangeli capitano. Nicola andava spesso in televisione nei dibattiti politici perché c’era la sinistra che non voleva la partecipazione dell’Italia alla finale per protestare contro la dittatura in Cile. Intanto la gente scendeva in strada per manifestare e chiedere che non si giocasse. Modugno aveva addirittura scritto una canzone contro la nostra partecipazione. La sinistra cilena però riuscì a far arrivare una lettera a Berlinguer, dove ci esortava a partire perché, in caso contrario, i campioni sarebbero stati i cileni e Pinochet si sarebbe vantato del trionfo con un’altra medaglia sul petto. Il segretario del Pci si convinse e ne parlò con Andreotti, così la squadra italiana ha preso parte alla finale di Coppa Davis al cospetto di Pinochet.
E la storia della maglietta rossa indossata durante la partita decisiva del doppio?
Giocavamo sempre con la maglietta bianca o blu, mai con la rossa. La sera prima di giocare venne Adriano nella mia stanza: “Hai portato la maglietta rossa?”, mi chiese. “Credo di averla nella valigia da due anni”, risposi. “Domani giochiamo con quella”, fece deciso. “Ma tu sei proprio scemo! Proprio qui dobbiamo giocare con la maglietta rossa?”, ribattei io. “Sì, dai, dobbiamo lanciare un messaggio”, continuò. Dopo un quarto d’ora di discussione decisi di cedere. “Guarda, domani gioco anche in mutande, basta che stai zitto”.
Il messaggio arrivò in Italia e nel mondo?
In realtà no. La tv era ancora in bianco e nero e i giornalisti presenti non lo capirono. Dopo vent’anni qualcuno si è chiesto: “Ma erano magliette rosse?”. Così è tornata fuori questa storia, più che mai in questi ultimi anni. Allora non ci eravamo resi conto che stavamo facendo un gesto storico, Adriano voleva lanciare un messaggio che nessuno però ha recepito. Un messaggio che abbiamo messo in una bottiglia e buttato in mare. Meglio così forse, almeno siamo tornati a casa sani e salvi (ride, ndr).
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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