Leader nel club e in azzurro, in vent’anni di carriera ha vinto sei scudetti e tre Coppe dei Campioni. Per la società rossonera ha rappresentato l’essenza stessa dell’essere milanista.
Non era alto, Franco Baresi, uno e settantasei dichiarato, ma giganteggiava. Portamento fiero, postura eretta, sguardo in su, fronte alzata dalla stempiatura, quasi camminava sulle punte per sembrare più imponente. Era uno stare pronto: trovarsi sempre in posizione di partenza, nell’attimo che precede lo scatto, per “leggere” in anticipo un pallone che arrivava, il movimento di un avversario (quasi sempre l’attaccante più insidioso), lo sviluppo di un’azione prima che diventasse un pericolo irreparabile. Libero, questo il suo ruolo nel calcio: l’ultimo difensore prima del portiere, estremo baluardo del muro a protezione della porta, in quel prodigio di architettura calcistica che era la “difesa all’italiana”, e insieme il primo motore di ogni avanzata della sua squadra. Una specie di divinità bifronte: un occhio rivolto indietro e l’altro in avanti, la durezza del marcatore, cattiveria agonistica e tempismo negli interventi, e poi i piedi abbastanza educati e una visione di gioco da centrocampista.
Dai campetti della provincia lombarda al “battesimo” di Gianni Rivera
Centrocampista Baresi era nato, nei campetti della provincia lombarda, calcati insieme al fratello Beppe nella speranza di poter accedere al grande calcio e tirarsi fuori da una difficile situazione familiare (i due erano rimasti orfani appena adolescenti). Col fratello, due anni più vecchio (lui del 1960 e l’altro del 1958), aveva provato a entrare nell’Inter: scartato, a differenza di Beppe, che avrebbe costruito una lunga e fortunata carriera tra le file dei nerazzurri. Lui provò a bussare alla porta del Milan, l’altra grande squadra della città, e stavolta l’uscio si spalancò.
Tenuto a battesimo da Gianni Rivera, il numero dieci degli anni Sessanta e Settanta, fece appena in tempo a vincere il decimo scudetto della società (quello della “stella”) nel 1979 e poi gli toccò vivere anni bui, segnati da una prima retrocessione in Serie B per lo scandalo del calcio scommesse, nel 1980, e da una seconda nel 1982. In breve il “Picinin”, come lo chiamavano, divenne il leader della squadra: ammirato come una specie di Beckenbauer nostrano, ambito da tutti club di rango, scelse di rimanere nella squadra che gli aveva dato per prima fiducia. Entrò nel giro della nazionale e fece parte della spedizione vittoriosa ai mondiali di Spagna del 1982, senza peraltro mai disputare una partita, bloccato dalla classe altrettanto grande e dalla superiore esperienza di Gaetano Scirea, libero e bandiera della Juventus.
Gli anni di Azeglio Vicini e Arrigo Sacchi, Baresi capitano per “anzianità”
Gli si aprì una strada quando, nel 1986, la nazionale di Bearzot uscì malconcia dai mondiali del Messico e fu nominato commissario tecnico Azeglio Vicini, che lo integrò nel blocco dei giovani promossi dalla selezione Under 21. Nello stesso anno anche il Milan visse una piccola rivoluzione: acquisita da Silvio Berlusconi, la società fu rapidamente riformata secondo un progetto piuttosto ambizioso. Arrigo Sacchi, giovane e sconosciuto allenatore romagnolo, venne chiamato a dirigere la squadra e provò a imporre una nuova idea di gioco: difesa a zona, “trappola del fuorigioco”, pressing e movimento senza palla, in una riedizione aggiornata del “calcio totale” dell’Olanda anni Settanta. Baresi, capitano per “anzianità di servizio”, era il perno del sistema difensivo: l’uomo a cui spettava dettare i ritmi e chiamare i movimenti del reparto; e poi tappare le falle e tenere a galla la barca, quando si rendeva necessario.
Attorniato da Maldini (il suo “figlioccio” calcistico), Tassotti, Costacurta, Ancelotti, Donadoni e i “tre tulipani” olandesi – Gullit, Van Basten e Rijkaard – costruì un irripetibile ciclo vincente; battagliando contro il Napoli di Maradona, l’Inter del trio tedesco Matthaus, Klinsmann e Brehme, la Sampdoria di Vialli e Mancini e una schiera di squadroni internazionali, vinse uno scudetto nel 1988 e poi, nel 1989 e nel 1990, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Quando Sacchi lasciò nel 1991 e fu sostituito da Fabio Capello, ex compagno di Franco al Milan, il ciclo non si chiuse. Oltre a un’altra coppa dei Campioni, nel 1994, Baresi conquistò altri quattro scudetti (tre di fila dal 1992 al 1994 e ancora uno nel 1996).
La gloria sfiorata, il sogno di Italia ’90 e il pianto di Usa ’94
Anche in nazionale visse due avventure indimenticabili: ai mondiali italiani del 1990 la corsa degli azzurri si fermò ai rigori, in semifinale contro l’Argentina di Maradona; nel 1994, negli Stati Uniti, Baresi subì la rottura del menisco nella seconda partita, ma riuscì incredibilmente a tornare in campo per la finale contro il Brasile, disputando 120 minuti epici in cui fu un baluardo insuperabile per i temutissimi attaccanti verdeoro. Stremato, nella lotteria dei rigori sbagliò il tiro che nessun altro aveva voluto fare al posto suo, poi scoppiò in un pianto dirotto che resta il momento di più evidente fragilità nella carriera di un uomo tutto d’un pezzo.
Una lotta silenziosa, sul campo e nella vita, sino alla fine
Falcata elegante e ferocia leonina: così lo riassumeva Gianni Brera; mentre per Diego Maradona era semplicemente il difensore più forte del mondo. Il saper stare in campo, il temperamento spinto al limite, senza quasi mai superare il confine della correttezza, gli sono rimasti per tutta la vita. Anche dopo la fine della carriera nel 1997 (con tanto di ritiro della maglia numero 6 del Milan), anche nella più anonima carriera dirigenziale e nella lotta contro la malattia, di cui il mondo ha saputo solo nell’agosto del 2025, quando gli fu asportato un nodulo polmonare. Prima e dopo, una lotta silenziosa: onesta e modesta, come era lui. Una lotta combattuta in segreto anche durante l’ultima apparizione pubblica, lo scorso febbraio, come tedoforo nella cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. La sua camminata al fianco dell’ex capitano dell’Inter Beppe Bergomi emozionò; e ancora emoziona, a guardarla ora con altri occhi e una diversa attenzione. Il braccio alzato per reggere la torcia, come quando comandava la “trappola del fuorigioco” alla difesa del suo Milan, lo sguardo fisso in avanti mentre cammina sulle note del “Vincerò” di Andrea Bocelli, a un certo punto Baresi solleva la testa e gira intorno lo sguardo, come per godersi un’ultima volta il ruggito dell’arena. Dall’arena oggi esce per raggiungere la sua maglia rossonera col numero 6, nell’empireo dei simboli dell’arte pedatoria che non calcheranno mai più un rettangolo verde.
(Foto apertura: Claudio Lepri/Shutterstock.com)
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