Il campionato dell’halftime show e del merchandising, delle 48 squadre partecipanti e dei tre Paesi organizzatori (solo in teoria), decreta la vittoria del bel gioco.
Alla fine anche la ventitreesima edizione dei campionati del mondo di calcio ha regalato la sua porzione di inedito. Una finale tra due nazionali che parlano la stessa lingua, come non accadeva addirittura dalla prima edizione, nel 1930, quando ad affrontarsi nella finale di Montevideo furono Argentina e Uruguay, con la vittoria di quest’ultimo per 4 a 2. Stavolta è toccato ad Argentina e Spagna, e ancora una volta la nazionale “albiceleste” è uscita sconfitta, piegata dopo i tempi supplementari per 1 a 0. Non è stata una bella finale: la Spagna l’ha completamente dominata senza produrre grandi occasioni da gol per lungo tempo. Con la superstar Lamine Yamal in tono minore, reduce da un infortunio, alle “furie rosse” è mancato un finalizzatore all’altezza.
Quando poi, negli ultimi minuti dei tempi regolamentari, l’espulsione del centrocampista Enzo Fernandez ha lasciato l’Argentina in dieci, l’equilibrio si è definitivamente rotto. L’inevitabile tiro al bersaglio si è concluso al minuto 106, quello in cui Ferran Torres ha trafitto la porta argentina. Messi e compagni, provati dagli sforzi dei turni precedenti e decimati dagli infortuni nel corso della partita, hanno ceduto il trono di campioni del mondo, senza mai dare l’impressione di poterlo davvero contendere agli avversari.
L’ultima lacrima di Messi e l’imbarazzo di Trump: cala il sipario sui Mondiali
Del resto una partita non brillante ha apparecchiato il palcoscenico per un finale carico di simboli. Lionel Messi, per tanti il calciatore più grande della storia, ha pianto di fronte alla curva dei tifosi argentini che gli tributavano il giusto ringraziamento in quella che è stata con ogni probabilità la sua ultima partita ai Mondiali. A 39 anni ha rappresentato ancora il fulcro di una nazionale costruita per “proteggerlo” e sfruttare le sue geniali illuminazioni.
Poco più tardi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha consegnato, chissà con quanto entusiasmo, la coppa del mondo alla nazionale di quella Spagna che ne ha apertamente contestato i comportamenti in politica internazionale. Ha provato anche a rimanere accanto ai calciatori nella foto finale (quasi per un riflesso incondizionato di protagonismo) prima di essere cortesemente allontanato dal presidente della FIFA, il “compare” Gianni Infantino. Sui due pesa lo scandalo della squalifica per espulsione del centravanti della nazionale statunitense annullata alla vigilia degli ottavi contro il Belgio: una mossa contraria al regolamento, provvidenzialmente sconfessata dal campo che ha decretato l’eliminazione della nazionale di casa.
Tra Madonna e i BTS: il Mondiale dove lo spettacolo ha battuto lo sport.
Alla premiata ditta Trump-Infantino si deve anche una crescente commercializzazione e spettacolarizzazione dell’evento sportivo, che ha prodotto numeri enormi in termini economici (quasi sette milioni di spettatori negli stadi) insieme a scelte discutibili come la conferenza stampa a pagamento delle nazionali finaliste e l’halftime show, frettoloso e confusionario, che per mezz’ora ha rivoluzionato il terreno di gioco dello stadio di East Rutherford, teatro della finale. Tra Madonna e i sudcoreani BTS, uno spettacolo forse migliore della partita in sé, ma è una magra consolazione…
Quanto al calcio giocato, i campionati del mondo non hanno detto poi tanto. Le nazionali dei Paesi ospitanti (Stati Uniti, Messico e Canada) non sono andate al di là degli ottavi, l’aumento delle squadre partecipanti da 32 a 48, finalizzato essenzialmente a sovvertire “l’eurocentrismo”, ha prodotto tre nazionali europee (e una sudamericana) in semifinale, confermando dopotutto le tradizionali gerarchie del calcio, e le storie individuali hanno prevalso, nella narrazione mediatica, sulla bellezza dello sport collettivo per eccellenza. Messi è diventato il profeta dell’Argentina che ha bissato la finale del 2022, segnando otto gol per poi bloccarsi completamente in finale, il francese Kilian Mbappé si è riconfermato capocannoniere del torneo con dieci gol, diventando in assoluto il miglior marcatore nella storia dei mondiali, la nazionale di Capo Verde ha segnato il più bel gol del campionato e il suo bravissimo portiere, il quarantenne Vozinha, ha sperimentato gli effetti dell’esposizione mediatica, raggiungendo in pochi giorni 30 milioni di follower su Instagram (circa sessanta volte la popolazione del suo Paese).
Senza stelle ma con un piano: la Spagna si riconferma padrona del mondo
La Spagna, non la favorita assoluta della vigilia, ha vinto in crescendo: partita maluccio è progressivamente salita di livello arrivando infine ad esprimere il miglior gioco del torneo. Merito anche di una scelta programmatica: un allenatore federale, Luis de la Fuente, che ha “cresciuto” i ragazzi della formazione spagnola, partendo dalle nazionali under per arrivare alla nazionale maggiore. Già campione d’Europa nel 2024, la Spagna si riconferma anche in assenza di prestazioni individuali d’eccellenza, esibendo una squadra giovane che dà indubbiamente garanzie per il futuro. Luis de la Fuente conosce il calcio “spiccio”: nel 1984, baffuto e capelluto terzino dell’Atletico Bilbao, si trovò coinvolto in una clamorosa rissa contro gli avversari del Barcellona di Diego Armando Maradona. Adesso, con molti meno capelli e molta più esperienza, ha saputo frustrare le ambizioni di vittoria di Leo Messi con un raffinato meccanismo ad orologeria.
(Foto apertura: Fitria Ramli / Shutterstock.com)
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