Forse sì, forse no. Certo i fenomeni che vanno sotto il titolo di “Body shaming” colpiscono le ragazze con una durezza che è, di per sé, spaventosa. La figlia di una mia amica è caduta in depressione perché era convinta di avere le gambe grosse. Un’altra detesta i suoi peli e si depila in continuazione, si definisce “irsuta” e insegue un ideale di pelle liscia che può raggiungere soltanto una neonata. Per non parlare dell’anoressia che nasce dalla paura di ingrassare e può portare alla morte.
Non più tardi di ieri ho origliato le chiacchiere di un gruppo di ragazzine fuori da un liceo: erano tutte uguali, tutte carine, tutte con minuscoli top che lasciavano nude adorabili pancine piatte… eppure si sentivano grasse e ne parlavano come per esorcizzare un angoscioso mostro, una maledizione da spartire con le amiche per non farsi divorare dall’ansia.
Del resto, se ricordo bene, io e mia sorella, da ragazze, eravamo convinte – al di là di ogni possibile dubbio – di essere prive di qualsiasi bellezza, due “racchie”, come si diceva a quel tempo.
I ragazzi che ci correvano dietro (se volete gustare un linguaggio d’epoca: “che ci facevano il filo”) li consideravamo dei morti di fame, dei poveracci che dovevano accontentarsi di noi perché non potevano permettersi le fantastiche biondine col nasino all’insù di cui ci pareva fosse pieno il mondo.
Purtroppo in quegli anni beati si scattavano ancora le foto (poche, non l’odierna follia) e le si portava in appositi negozi per farle sviluppare e stampare. Sono tutte in uno scatolone mezzo sfondato.
Tutte, anche quelle delle due adolescenti “dismorfofobiche”: Mara e Lidia. Diciannove anni e quindici. Lunghi capelli castani, organizzati attorno a una frangetta “alla Francoise Hardy”. Carine è dire poco, in alcune fotografie addirittura belle.
Le ho guardate con tenerezza e stupore, quelle immagini di un tempo lontano. Poi con rabbia. Possibile che io fossi così stupida? Sì, stupida e cieca, afflitta da un senso di inadeguatezza che non mi avrebbe mai abbandonata. Mai, neanche dopo più di mezzo secolo.
È legittimo chiedersi perché. Perché non sentirci belle ci precipita nella disperazione? E poi: soltanto quando siamo ragazze?
Come i più affezionati fra i lettori e le lettrici di questa pagina certamente sanno, ho scritto un piccolo saggio per i tipi della Einaudi, che si intitola Age Pride (“Palabras Mayores”, nella versione spagnola da poche settimane in libreria). Parla dell’orgoglio di aver vissuto e della necessità di inventare un tempo nuovo, una vecchiaia lunga e piena, come ogni altra parte della vita, un regalo di anni che siamo i primi, noi boomers, a sperimentare. Un sogno lungo trent’anni che può diventare un incubo, se non lavoriamo sugli stereotipi che ci svalorizzano e ci fanno sentire perennemente inadeguate.
Uno spazio importante, in questo libricino che inclina al comizio, ce l’hanno le debolezze che il consumismo figlio del capitalismo ha provocato alle donne. Scrivo, a un certo punto, che è difficile metabolizzare il “lutto per la perdita della bellezza”.
È davvero così? Mi guardo e mi vedo grossa, storta, segnata dalla secchezza dell’inverno. Sì, il peso è sempre quello, i soliti 52 chili che diventano 53 se faccio bisboccia, ma sono distribuiti male, non stanno dove li vorrei (guance, zigomi) e si appisolano sul giro vita, trasformandomi in una specie di vacca magra, ma pesante.
Chi più chi meno siamo tutte così. Oppresse dall’obbligo del bell’aspetto. Una volta era specificato nelle offerte di lavoro: se volevi fare la segretaria o la dattilografa, dovevi essere giovane e carina. Chissà se è ancora così.
Viviamo in un’epoca di festosa ipocrisia. Il movimento #MeToo ha scoperchiato per qualche mese il pentolone delle molestie sessuali sul posto di lavoro, per qualche mese non si è parlato d’altro, poi il pentolone è stato richiuso e la cattiva pratica, a quello che mi dicono le mie amiche giovani, è ripresa con rinnovata intensità. Unico cambiamento: più cautela per non essere beccati e licenziati. Nel caso che si sia soltanto mezzi capi e non capi assoluti.
I Capi assoluti, in genere la fanno franca. A meno che non esagerino come il ripugnante Epstein. Dunque la bellezza, per una donna, è un prerequisito necessario per poter entrare nel mondo dalla porta principale, anche se sei e sempre sarai una invitata. I Padroni di casa sono loro, gli uomini, finché viviamo nel patriarcato.
La domanda è: quanto ci costa? Quanto spendiamo di soldi, di tempo e di energia per passare l’esame continuo, ossessivo, fanatico dello sguardo giudicante?
Finché sei giovane abbastanza basta il parrucchiere, poi aggiungi l’estetista. Ti fai strisciare la cera bollente fin sull’inguine e non fai una piega, nemmeno mezzo strillo. Dai 55 in su devi ricorrere alla chirurgia, o almeno alla medicina estetica: punturine di botox o acido ialuronico. Dolorosette, mi dicono, e in più – ogni sei mesi – le devi rifare. Per la palpebra che cala c’è la blefaroplastica. Per il giro vita devo chiedere… l’hula hoop ve lo ricordate? Era difficilissimo ma ti faceva sognare un vitino da fata. Adesso non so… forse la liposuzione? Le labbra sono le più martoriate, non so che cosa ci sbattano dentro, ma sembrano canotti sfondati.
Quando sei vecchia, se hai un po’ di cervello, anche una dotazione minima, smetti di modificarti e provi ad abitare te stessa, con tutti i tuoi difetti di fabbricazione e gli anni che ti disidratano e ti sfidano. Fiorirai di rughe e avrai un gran successo, perché sarai unica, diversa da tutte le altre. Felicemente brutta.
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