Scoperte alterazioni cerebrali significative negli atleti professionisti. Per quasi un terzo di loro rischio di sintomi depressivi clinicamente rilevanti
Gli ex calciatori professionisti hanno un rischio molto elevato di sviluppare depressione e ansia, riportando anche maggiori difficoltà nel pianificare, concentrarsi, risolvere problemi e gestire le attività quotidiane. Secondo uno studio condotto dall’Imperial College London su 142 ex calciatori professionisti, quasi un terzo di loro manifesta sintomi gravi di depressione clinica. Al contrario, nel gruppo di controllo composto da persone sane senza una storia di sport di contatto, questa percentuale scende al 9%. Per quanto riguarda l’ansia, il dato è altrettanto preoccupante: il 42% degli ex calciatori raggiunge la soglia diagnostica, contro il 25% del campione di controllo. Numeri che preoccupano, soprattutto considerando che gli ex calciatori coinvolti hanno un’età compresa tra i 30 e i 60 anni.
Le alterazioni cerebrali nei professionisti
I ricercatori hanno osservato una riduzione del volume cerebrale in alcuni atleti, un elemento che potrebbe indicare un processo neurodegenerativo in corso. Lo studio ha coinvolto 126 uomini con almeno tre anni di carriera professionistica e 16 donne delle due principali divisioni femminili del Regno Unito. Il gruppo di controllo era composto da 56 persone sane della stessa fascia d’età, senza storia di sport di contatto, servizio militare, traumi cranici o problemi neurologici. I calciatori professionisti sono esposti a colpi di testa intenzionali, anche a bassa intensità, e a collisioni violente contro avversari o terreno di gioco, fattori che potrebbero spiegare le alterazioni osservate. Thomas Parker, coautore della ricerca, ha spiegato che l’obiettivo è seguire i partecipanti nel tempo per comprendere meglio come gli impatti ripetuti alla testa possano influenzare la salute cerebrale a lungo termine.
Le implicazioni per la sicurezza
I risultati dello studio dell’Imperial College London suggeriscono che gli effetti dannosi dei colpi in testa potrebbero manifestarsi già nella mezza età, molto prima che condizioni come la demenza si presentino tipicamente. I ricercatori avvertono che, sebbene l’aumento dei sintomi e i cambiamenti nei volumi cerebrali possano indicare una neurodegenerazione da trauma, sono necessari ulteriori studi di conferma. Per Maria Carrillo dell’Alzheimer’s Association questa ricerca aiuta a comprendere i fattori che influenzano la salute del cervello nell’arco della vita e ribadisce l’importanza della prevenzione. I risultati possono aiutare giocatori, medici e organizzazioni sportive a comprendere meglio i rischi degli sport di contatto e come praticarli in modo sicuro. Con una particolare attenzione alla categoria degli ex calciatori che rappresenta un campione privilegiato per lo studio degli effetti a lungo termine.
Prospettive future
I ricercatori dell’Imperial College London intendono proseguire il monitoraggio dei partecipanti per raccogliere dati longitudinali che possano chiarire l’evoluzione dei sintomi e delle alterazioni cerebrali nel tempo, seguendo gli ex calciatori per diversi anni. La ricerca sul tema resta comunque un campo di studio prioritario, considerando la popolarità globale di questo sport e il numero crescente di atleti che raggiungono livelli professionistici. La consapevolezza dei rischi associati alla pratica del calcio ad alto livello deve essere bilanciata con la promozione dei benefici dell’attività fisica, in un approccio che privilegi la sicurezza senza rinunciare ai valori positivi dello sport. Gli ex calciatori, con la loro esperienza diretta, potranno fornire un contributo fondamentale alla definizione di queste nuove politiche di prevenzione.
Credit foto: Fabrizio Andrea Bertani/Shutterstock.com
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