Gli stabilimenti balneari sulle spiagge italiane sono sempre più cari ma risparmiare si può
Questa estate si annuncia bollente e non solo per il caldo. Il caro ombrellone torna a far discutere, con rincari che superano l’inflazione e trasformano la giornata al mare in un vero e proprio investimento. La settimana tipo in uno stabilimento balneare costa in media 225 euro per ombrellone e due lettini, il 6% in più rispetto al 2025. Un balzo che sale al 24% se si guarda al quinquennio: nel 2021 la stessa combinazione di servizi costava 182 euro. I dati emergono da un’indagine di Altroconsumo che ha monitorato 222 stabilimenti in dieci località italiane, fotografando un settore in cui l’aumento dei prezzi corre quasi al doppio del tasso d’inflazione generale, fermo al 3,2% su base annua secondo gli ultimi rilevamenti Istat. Il rischio per i consumatori è che il continuo aumento stia trasformando la spiaggia in un bene di lusso.
Chi guida la classifica dei rincari
Non tutte le coste italiane sono uguali. Alassio tiene il primato della meta più cara, dove una settimana in prima fila tocca i 368 euro, con una media sulle prime quattro file che si attesta a 340 euro. Alle spalle si piazzano Gallipoli, con una media di 324 euro, e Alghero, che supera abbondantemente i 270 euro. Ma se il podio dei prezzi assoluti non riserva sorprese, è la classifica degli aumenti percentuali a raccontare una storia diversa. A crescere di più, quest’anno, sono Taormina e Giardini Naxos, in Sicilia, con un balzo del 16% sul 2025: il rincaro più alto rilevato dall’indagine. Subito dietro Alghero, che sale del 14%, e Gallipoli, che segna un +10%. Nelle altre località monitorate – Rimini, Senigallia, Viareggio, Palinuro, Anzio – gli aumenti restano più contenuti, fra il 2% e il 7%. All’estremo opposto della classifica c’è Lignano Sabbiadoro, in Friuli-Venezia Giulia, che si conferma la meta più economica: 164 euro per la prima fila, praticamente la metà di Alassio. Sotto i 160 euro si trovano anche Rimini e Senigallia, storicamente le spiagge popolari dell’Adriatico romagnolo e marchigiano.
Quanto pesa la fila
C’è poi la variabile la fila. Restare più vicini al bagnasciuga costa, e parecchio. La scelta della fila incide in modo determinante sul caro ombrellone, con un differenziale di quasi 30 euro tra la prima e la quarta fila, pari a circa il 12% del totale settimanale. Nella media nazionale, la prima fila si paga 238 euro a settimana, la seconda 229, la terza 219, mentre dalla quarta in poi si scende a 210 euro. Una differenza che, sommata a un soggiorno di due o tre settimane, può fare la differenza fra un weekend in più o in meno. Ma il conto non finisce qui: spesso cabina, docce calde e parcheggio sono voci aggiuntive che nessuno dichiara al momento della prenotazione, e che gonfiano il conto finale in modo significativo. Insomma, scegliere la fila giusta è diventato un esercizio di calcolo che non ha nulla da invidiare alla pianificazione di un mutuo. Il risparmio potenziale, arretrando di qualche metro, si aggira intorno al 12% sul totale della settimana, una cifra che per una famiglia di quattro persone può tradursi in oltre 100 euro di risparmio su una vacanza di due settimane.
Il nodo delle concessioni
Dietro al caro ombrellone estivo c’è il tema irrisolto delle concessioni balneari. Canoni bassi e tariffe in crescita alimentano un malcontento che il 63% degli italiani vorrebbe vedere tradotto in prezzi più equi per i clienti. Non a caso, tra gli italiani che conoscono la questione, uno su due chiede un ricambio periodico nella gestione degli stabilimenti. Il tema, del resto, è tornato di recente anche nelle aule di giustizia, con pronunce che confermano l’obbligo di gare per l’assegnazione delle concessioni. Secondo gli esperti del settore, una maggiore concorrenza potrebbe contribuire a calmierare i prezzi, spezzando quel legame perverso tra canoni irrisori e tariffe al pubblico sempre più elevate. Il governo, dal canto suo, sta lavorando a una riforma organica che dovrebbe entrare in vigore entro il 2027, ma i tempi stringono e l’estate, intanto, arriva puntuale ogni anno.
La spiaggia libera, ultima trincea
Di fronte ai rincari, cresce chi sceglie – o è costretto a scegliere – la spiaggia libera. Molti ormai optano per l’arenile gratuito, spinto in primo luogo dal risparmio e dalla libertà di cambiare posto ogni giorno. Il problema è che gli spazi liberi sono spesso periferici, affollati o privi dei servizi minimi. Non mancano, però, esperimenti che provano a invertire la rotta: a Spotorno, in Liguria, il Comune ha ampliato la quota di spiaggia libera garantendo pulizia, salvataggio e docce, dimostrando che gratuito non deve per forza voler dire di serie B. Un modello che potrebbe fare scuola, soprattutto in un Paese come l’Italia dove il mare rappresenta un patrimonio collettivo prima ancora che una risorsa economica.
Come contenere la spesa
Qualche consiglio pratico per risparmiare. Confrontare i listini di più stabilimenti nella stessa zona prima di prenotare, verificare con attenzione cosa è incluso nel prezzo (cabina, docce, parcheggio spesso sono voci a parte). Valutare la formula mensile se si resta a lungo – più conveniente del giornaliero – e non scartare a priori le file più arretrate, che possono far risparmiare fino a 30 euro a settimana. Il caro ombrellone dell’estate 2026 non è solo un fenomeno congiunturale ma una tendenza. In cinque anni i prezzi sono saliti del 24%, mentre l’inflazione generale è cresciuta molto meno, trasformando il mare in un bene sempre più elitaro e fuori portata per molte famiglie. Resta il fatto, però, che il mare – bene pubblico per definizione, in un Paese con ottomila chilometri di coste – rischia sempre più spesso di trasformarsi in un privilegio a pagamento. E se il prezzo dell’ombrellone da solo non fa la vacanza, di certo contribuisce non poco a deciderne il budget finale.
Credit foto: ALE_SHOT/Shutterstock.com
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