L’infortunio che quasi compromise la carriera, il QI da genio, le tre mogli e l’amato cane: ritratto del simbolo di due Americhe opposte
Si fa fatica a immaginare Sylvester Stallone alle prese con la vecchiaia. Eppure oggi, 6 luglio, Sly compie ottant’anni e in fondo non sembra aver perso la tempra di sempre. Nella memoria collettiva il suo volto, leggermente segnato dalla paralisi facciale causata dall’uso del forcipe alla nascita, è ancora quello di Rocky Balboa o di John Rambo, personaggi scolpiti nella roccia di un mito esploso a sorpresa il 20 novembre 1976, giorno della prima di Rocky. Sono pochi gli attori che sono nati con una faccia, se non proprio con un ruolo, e l’hanno mantenuta per tutta la carriera: John Wayne, Charlie Chaplin, forse Marlene Dietrich, e poi Stallone. Un’aderenza fisiognomica, più che ideologica, che gli ha permesso di interpretare due eroi simbolo di due Americhe opposte. Quelle che oggi si identificano nell’ottimismo trumpiano e nel malessere delle aspettative negate.
Due Americhe, un solo interprete
La parabola di Rocky rinnovava con ottimismo la fiducia nel mito americano della ricerca della felicità. Storia di un self-made man proletario che lotta per emergere dal nulla, Rambo invece rappresenta l’altra faccia della medaglia. Il disagio del reduce del Vietnam, individualista perché consapevole che non esiste più alcuna collettività da difendere. Emarginato in una patria che lo rifiuta e lo teme. Tra i due film passano solo sei anni, eppure Stallone sceneggiatore dimostra di aver compreso che dietro il sogno della felicità si celano violenze e dolori, ma anche che per accettare le ferite serve un po’ di speranza in quel mito americano che si può trovare anche sul quadrato di un ring. La critica ha sottolineato come entrambe le figure rappresentino originariamente degli anti-stereotipi, personaggi che incarnano i traumi dell’America bianca.
L’eredità di Franco Columbu
Dietro la longevità fisica di Stallone, che a 80 anni mantiene un fisico asciutto e una postura atletica, non c’è soltanto genetica. C’è l’influenza di un uomo che ha cambiato per sempre il suo modo di allenarsi: Franco Columbu. Nato a Ollolai, in Sardegna, nel 1941, due volte vincitore del titolo di Mr. Olympia e campione di powerlifting, Columbu è stato uno dei più grandi interpreti della cultura fisica del Novecento. Stallone ha spesso riconosciuto pubblicamente il valore di questi insegnamenti. Alla sua morte, nel 2019, lo definì “Il più grande e forte bodybuilder che abbia mai conosciuto. Mi ha insegnato molte cose che ho applicato per tutta la vita”.
L’incidente
Durante la preparazione di Rocky II, Columbu lanciò una sfida apparentemente innocua: una gara di distensioni su panca. Stallone, determinato a non sfigurare, spinse oltre il limite. Il risultato fu drammatico: si strappò il muscolo pettorale dall’osso mentre sollevava circa 90 chilogrammi. Tornò a casa pensando che la sua carriera fosse al termine. Avrebbe dovuto iniziare Rocky II, dirigerlo e interpretarlo nel giro di un mese e mezzo. Ma, invece di fermarsi, trovò una soluzione creativa: modificò la sceneggiatura, facendo sì che Rocky Balboa imparasse a combattere con la mano destra, adattando la trama alle proprie limitazioni fisiche. Nel film, la giustificazione narrativa divenne un problema alla vista del pugile, una soluzione che lo stesso Stallone ha definito illogica ma necessaria per non fermare la produzione.
La volta che dovette vendere il suo cane
La carriera di Stallone non si riduce certo a quei due film. Nel suo percorso si trovano l’esordio alla regia nel 1978 con Taverna Paradiso, le variazioni poliziesche come Cobra, Tango & Cash con Kurt Russell, Cop Land con un cast stellare che include Robert De Niro e Harvey Keitel, persino le commedie come Oscar – Un fidanzato per due figlie e Fermati o mamma spara . Poi c’è la vita privata, scandita da tre matrimoni: con Sasha Czack, che gli diede due figli (Sage, scomparso nel 2012, e Seargeoh), con Brigitte Nielsen, conosciuta quando lei era sua fan e sposata dopo pochi mesi per poi divorziare due anni dopo, e infine con Jennifer Flavin, conosciuta sul set di Rocky V e con cui ha avuto tre figlie. Sly amava molto il suo cane. Birillo (Butkus in originale), il bullmastiff di Rocky, era proprio il suo. L’attore, talmente al verde prima di girare il film, dovette cederlo per 50 dollari. Una settimana dopo, vendette la sceneggiatura del film e lo riacquistò a caro prezzo.
Il volto della politica
E naturalmente c’è la politica: repubblicano da sempre e vicino a Trump, ma non così esaltato come forse il presidente avrebbe voluto, tanto da dover rinunciare al ruolo di ambasciatore a Hollywood. Non aveva voluto capire che il posto di Stallone nella vita non era nella politica, ma accanto a chi crede ancora in quel mito americano. Il suo QI di 160 gli ha aperto le porte del MENSA, e il suo percorso è costellato di aneddoti che sembrano usciti da una sceneggiatura: ha recitato in un film hard per necessità, ha venduto il suo cane quando era senza soldi per poi ricomprarlo a caro prezzo dopo il successo di Rocky, e ha scritto il copione del film in soli tre giorni, ispirandosi all’incontro tra Muhammad Ali e Chuck Wepner, imponendo la propria candidatura come protagonista.
La capacità di reinventarsi
Anche quando l’età dell’oro del cinema d’azione sembrava tramontata, Stallone ha saputo reinventarsi. Superati i sessant’anni ha ideato la saga de I Mercenari, un’operazione nostalgia capace di riunire i pesi massimi del genere. Nel 2015, con Creed – Nato per combattere, ha scelto di mostrare il lato più fragile del suo personaggio storico: una performance magistrale in cui un Rocky anziano e malato fa da mentore a una nuova generazione, che gli è valsa una nuova candidatura all’Oscar e la vittoria del Golden Globe. Oggi, a 80 anni e ancora sulla cresta dell’onda con successi televisivi come Tulsa King, Sylvester Stallone continua a dimostrare che l’età è solo un dettaglio cronologico. La sua vita e la sua carriera rimangono il manifesto perfetto della sua battuta più celebre: “Non importa come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti”.
Credit foto: Andrea Raffin/Shutterstock.com
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