Da Pistoia all’Emilia Romagna e alla Lombardia e presto anche in altri distretti tessili. La start-up toscana, guidata da Luca Freschi, dà lavoro ai giovani del territorio anche con fragilità e guarda agli scarti tessili con la cura di un’impresa benefit
“Quando cambi il modo di guardare le cose, le cose che guardi cambiano”, c’è scritto su una delle borse più rappresentative di Fody Fabrics, prodotte da un team di ragazze e ragazzi con fragilità diventati artigiani che confezionano, con rimanenze di tessuti, borse, zaini e coperte salvavita. Fody, come il nome di un piccolo e laborioso uccellino del Madagascar, è un progetto nato nel 2020 a Pistoia, poco lontano dal distretto tessile più grande d’Europa, Prato, dall’intuizione di Luca Freschi, CEO di Fody Fabrics. Guardando alla grande quantità di scarti di produzione di tessuto, Luca si rese conto che da lì potevano partire attività di inclusione sociale. Dallo scarto di stoffe ad un’economia circolare che crea lavoro per i giovani del territorio con disabilità, fino ai più invisibili, persone senza fissa dimora e rifugiati, con la donazione delle coperte. Comunità abitanti, e produttive. Come ci ha raccontato Luca Freschi.
Fody è una start-up di tipo benefit a vocazione sociale. Cosa si intende con questa definizione?
Siamo una società tradizionale, ma che ha deciso di impegnarsi, come scritto nello statuto, a perseguire non solo un obiettivo di profitto ma anche di impatto. Investiamo sulla ricerca, a partire dal valorizzare qualsiasi tipo di tessuto senza l’utilizzo di tecniche meccaniche o chimiche, ma con dinamiche artigianali. Siamo a vocazione sociale, perché l’innovazione che fa Fody è soprattutto in ambito sociale, non industriale. L’idea è che l’impresa non deve solo produrre profitto, ma riuscire prima di tutto a produrre valore. Valori come la cura delle persone fragili fino alla fine della filiera, come le persone senzatetto e i rifugiati.
Tutto ha avuto inizio con la donazione di coperte agli animali abbandonati.
La vicinanza ai problemi dei canili era una questione che conoscevamo. In quel momento, io stavo lavorando molto con il mondo degli animali. Inoltre, all’inizio recuperavamo solo qualche scampolo di tessuto, quindi le dimensioni erano adatte a coperte più piccole, non utilizzabili da persone. Nel realizzare coperte per animali, abbiamo incontrato realtà vicine al mondo umano e ci siamo resi conto che potevamo arrivare a dare aiuto alle persone.
Vi siete dati alcuni obiettivi da raggiungere entro il 2030, nei tempi dell’omonima Agenda mondiale.
Vorremmo cercare di arrivare a donare un milione di coperte. Così, saremo stati in grado di coinvolgere mille persone e riciclare circa mille tonnellate di scarti tessili. Sulla parte inclusiva, c’è da riuscire a far crescere l’infrastruttura. Quest’anno ci siamo spostati in una sede molto più grande, anche perché abbiamo una trentina di persone nel circuito inclusivo dello staff, tra assunti e in fase di formazione. Abbiamo anche iniziato a creare progetti esterni, fuori dal territorio. Vorremmo avere, idealmente, almeno un laboratorio vicino a tutti i distretti tessili italiani, che sono sette oltre Prato, e replicare quanto fatto a Pistoia.
Negli anni avete creato una rete di collaborazioni con il territorio, stando in contatto con le famiglie di giovani con disabilità, e partnership. Con le aziende è capitato di trasferire la vostra visione imprenditoriale?
Abbiamo sperimentato iniziative che sono andate molto bene con aziende grandi, medie e piccole. Come con Servizi Ospedalieri, grande azienda del gruppo Rekeep, che ha integrato con noi un nuovo modo di smaltire lotti di coperte e lenzuola: le mandano a noi e noi le ridimensioniamo, e le doniamo a persone in difficoltà collaborando con Croce Rossa, Progetto Arca e tanti altri. Stiamo anche facendo un progetto pilota con Terna: anziché distruggere le divise per l’alta tensione di operai e ingegneri, nuove ma con certificati scaduti, le danno a noi. E quest’inverno le doneremo alle persone fragili. Immagina, un giubbotto in goretex che protegge a meno 50 gradi, donato a una persona che vive in strada. E questi enti risparmiano anche. Come chi ha provato a trasformare in gadget i suoi stessi scarti: la grande sartoria non lavora piccoli pezzi per fare le shopper, noi lo facciamo.
I tessuti, anche se di scarto, restano prodotti di qualità e riutilizzabili. Voi li guardate nella giusta ottica e li trasformate, come con il futuro dei ragazzi artigiani del laboratorio di Fody. Una forma di lusso e Made in Italy, innovativi. Che ritorno avete avuto in termini di soddisfazione umana?
L’abbiamo dai ragazzi, e soprattutto dalle famiglie che spesso perdono la speranza che ci possano essere opportunità per i loro figli. Chi acquista e chi produce prodotti Fody, oltre a fare del bene, ha anche un bel prodotto. Un prodotto a volte imperfetto ma unico, e quindi di maggior valore rispetto ad uno industriale. Valori che riscopri quando la stoffa si taglia a mano, il controllo lo fanno gli occhi, perché ci sono persone che lo fanno, sempre al meglio. Una persona è come un’ape nell’alveare, un essere vivente che coopera, ha anche delle relazioni e necessità. Mentre produce valore, lo riceve. E anche la gratuità ha valore. Uno pensa sia uno spreco, invece rimette in circolo valore, e valori.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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