Dalla consacrazione di quattro vescovi senza mandato pontificio alla Riforma protestante, la storia della Chiesa è costellata di rotture che interrogano la coscienza dei fedeli sulla natura della comunione ecclesiale
Nonostante l’appello di Leone XIV (“ Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!”) ieri a Écône, in Svizzera, i Lefebvriani hanno ordinato quattro vescovi senza il mandato pontificio. Un atto, sfociato nella scomunica, che sancisce un’altra frattura con la Chiesa di Roma, dopo quello del 1988, quando il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Marcel Lefebvre, tirò dritto e procedette alle ordinazioni episcopali illecite il 30 giugno.
La consacrazione senza mandato pontificio fa scattare la scomunica latae sententiae per chi ha partecipato all’atto, e la Santa Sede considera il gesto un atto scismatico. Il caso Lefebvre non è solo una disputa tra vescovi, ma una questione che tocca la coscienza e la vita sacramentale dei fedeli. Per molti la Fraternità San Pio X resta soprattutto un approdo liturgico, un luogo in cui ritrovare la Messa tradizionale e una certa idea di cattolicità. Ma da ieri – come si legge nella Nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede – i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale “amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi”.
Chi sono i Lefebvriani
La Fraternità Sacerdotale San Pio X nasce nel 1970 per iniziativa di Marcel Lefebvre, sacerdote francese della Congregazione dello Spirito Santo, nato a Tourcoing nel 1905. Missionario in Gabon e poi vescovo in Senegal, Lefebvre diventa negli anni una delle voci più critiche verso le riforme del Concilio Vaticano II, dall’abbandono della messa in latino al documento Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa. Il movimento da lui fondato, ispirato alla visione anti-modernista di Pio X, viene sciolto nel 1975 con un atto firmato dal vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Pierre Mamie, d’intesa con il Vaticano.
È l’inizio della rottura con Paolo VI, che tenta una mediazione senza successo: il 29 agosto 1976 Lefebvre celebra messa a Lille davanti a diecimila fedeli, violando la sospensione a divinis in vigore da luglio. Il punto di non ritorno arriva il 30 giugno 1988, quando Lefebvre ordina quattro vescovi senza il consenso di Giovanni Paolo II, che definisce le nomine un atto scismatico. Benedetto XVI tenterà in seguito di riavvicinare la comunità, revocando la scomunica. Oggi la Fraternità è presente in oltre settanta Paesi, con circa settecento sacerdoti, duecentocinquanta suore e altrettanti seminaristi.
Una frattura dolorosa
Uno scisma è una rottura della comunione dentro una Chiesa: non un semplice dissenso, ma una separazione concreta dall’autorità riconosciuta. Nella Chiesa cattolica, significa soprattutto il rifiuto della sottomissione al Papa o della piena comunione con i fedeli e i vescovi a lui soggetti. Nel caso lefebvriano, indica quindi una frattura non solo liturgica o disciplinare, ma anche ecclesiale e di obbedienza. In altre parole, non si tratta solo di una differenza di sensibilità religiosa, ma di una scelta che mette in discussione l’appartenenza stessa alla comunione cattolica. Per la Santa Sede, il nocciolo della questione non è meramente liturgico, ma tocca il cuore stesso della comunione ecclesiale.
Il Segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha definito l’evento del primo luglio un “atto di per sé scismatico” . L’ordinazione senza mandato pontificio, infatti, rappresenta una rottura del vincolo gerarchico con il successore di Pietro, configurando una situazione che per il diritto canonico è equiparabile allo scisma. Questa visione, che supera il dato puntuale dell’evento per inquadrarlo in un processo di progressivo allontanamento, è stata ribadita anche dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, che aveva già messo in guardia i Lefebvriani dalla gravità del gesto.
Il perdono della Chiesa
La questione lefebvriana, tuttavia, non si esaurisce nelle aule dei tribunali ecclesiastici. Essa si riverbera sulla coscienza e sulla vita sacramentale di centinaia di migliaia di fedeli sparsi in tutto il mondo. Il Papa, nel suo appello, aveva posto l’accento proprio sulle conseguenze pastorali, esortando a considerare il “bene spirituale dei fedeli”, che un atto del genere avrebbe privato della ricezione lecita e, in alcuni casi, valida dei sacramenti. Nonostante la gravità del gesto, la Chiesa ha ribadito la sua disponibilità al dialogo, nella speranza di trovare strade per ricomporre l’unità.
Nel linguaggio ecclesiastico la parola scisma indica una separazione dolorosa ma concreta: non tanto una diversa interpretazione della fede, quanto la rottura della comunione con l’autorità della Chiesa. Una frattura che raramente esplode all’improvviso, ma si accumula nel tempo tra questioni teologiche, tensioni politiche e rivalità di potere. Già nei primi secoli, sotto la pressione dell’Impero Romano, nacquero le prime divisioni: novaziani e donatisti rifiutavano il reinserimento dei lapsi, i cristiani che avevano rinnegato la fede per salvarsi la vita, contrapponendo l’idea di una Chiesa dei puri a quella di una comunità capace di perdono.
Dal Grande Scisma alla frattura d’Occidente
Molte rotture all’interno della Chiesa non si sono mai ricomposte, mentre – nel tempo – la distanza da Roma si spostava sul piano teologico e dottrinale. Così il Grande Scisma del 1054 segna la separazione tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, tra Roma e Costantinopoli, esito di un lungo allontanamento tra mondo latino e mondo greco su liturgia, potere ecclesiastico e primato del Vescovo di Roma, ossia del Papa. Culminato poi nella controversia del Filioque, l’aggiunta al Credo che afferma la processione dello Spirito Santo “dal Padre e dal Figlio”, su cui ancora oggi cattolici e ortodossi divergono.
Diverso lo scisma d’Occidente: dopo la cattività avignonese, l’elezione di Urbano VI nel 1378 viene contestata da parte del collegio cardinalizio, che elegge l’antipapa Clemente VII, dividendo l’Europa cristiana tra due, talvolta tre, obbedienze. Solo il Concilio di Costanza, nel 1417, ricompone la spaccatura, ma a un prezzo alto: quello di un’autorità papale indebolita che aprirà, poco tempo dopo, la strada alla Riforma protestante e alla Chiesa anglicana.
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