Con 178 sì e 97 astenuti, la Camera istituisce la Giornata nazionale in memoria di Enzo Tortora e delle vittime di errori giudiziari
Ieri l’Aula della Camera ha approvato la proposta di legge per l’istituzione della Giornata nazionale Enzo Tortora in memoria delle vittime di errori giudiziari. La scelta del giorno, il 17 giugno, richiama il 1983, anno in cui il celebre volto televisivo fu arrestato per reati gravissimi. La sua vicenda si concluse con un’assoluzione con formula piena, giunta tuttavia soltanto dopo una complessa ed estenuante odissea giudiziaria. Quel giorno i carabinieri lo arrestarono all’alba nell’hotel Plaza di Roma, ma lo portarono in carcere solo a tarda mattinata, quando i fotografi erano pronti a immortalarlo con le manette ai polsi. Il provvedimento, ora al Senato, ha raccolto 178 voti favorevoli e nessun contrario, ma ha avuto 97 astensioni mostrando la fotografia di un Paese che ancora fatica a fare i conti con la parola garantismo e con l’idea che lo Stato non è infallibile.
La parabola di un innocente
Erano le quattro del mattino quando i carabinieri bussarono alla porta della camera di Tortora all’hotel Plaza di Roma . Il presentatore, che si trovava nella capitale per registrare una puntata di Portobello, venne svegliato bruscamente e messo al corrente del mandato di cattura . La sua prima reazione, riportata dagli atti, fu una domanda sconcertata: “Ma per cosa?” . Gli risposero che non lo sapevano. Come divenne poi subito noto, Tortora venne accusato di associazione camorristica e traffico internazionale di stupefacenti, un’accusa basata sulle dichiarazioni di pentiti che si rivelarono un castello di bugie. Dopo sette mesi di carcere duro, gli arresti domiciliari, la condanna a dieci anni in primo grado e l’assoluzione in appello nel 1986, arrivò la conferma della Cassazione nel 1987. Tortora morì un anno dopo, stroncato da un tumore, con la faccia segnata e quel sorriso, che lo aveva reso famoso ai tempi di Portobello, ormai perduto.
Obiettivi della Giornata
La Giornata nazionale del 17 giugno persegue due obiettivi distinti ma intrecciati. Da un lato, la ricorrenza vuole restituire dignità e riconoscimento simbolico a tutte le vittime di errori giudiziari, di cui Tortora rimane l’emblema più doloroso e mediatico. Non si tratta di una festività civile, ma di un’occasione per ricordare che la malagiustizia esiste, e che i suoi danni non si limitano alle condanne ingiuste, ma si estendono a processi lunghi e logoranti che rappresentano già di per sé una pena. Dall’altro lato la legge affida alle scuole il compito di promuovere iniziative di sensibilizzazione sui principi del giusto processo e della presunzione di innocenza. L’obiettivo è costruire, soprattutto tra le giovani generazioni, una coscienza critica perchè Tortora fu distrutto non solo dalla camorra, ma da un sistema che dimenticò un principio fondamentale della giustizia. Quello che un uomo resta innocente fino a prova contraria.
L’arresto
Il giorno dell’arresto Tortora si trovava a Roma per registrare una puntata di Portobello quando i carabinieri fecero irruzione nella sua stanza d’albergo alle sei del mattino. Lo svegliarono bruscamente, lo ammanettarono e lo portarono via. Lo trattennero finchè la stampa non fu pronta a documentare l’arresto. Una messa in scena che sarebbe diventata il primo tassello di un massacro mediatico. L’accusa, formulata dal sostituto procuratore della Repubblica di Napoli Luigi De Magistris, era pesantissima: associazione di tipo camorristico e traffico internazionale di stupefacenti. La prova regina erano le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Pasquale Barra e Giovanni Pandico, che raccontavano di aver visto Tortora partecipare a riunioni con i boss della Nuova Camorra Organizzata. C’era anche un’agenda, sequestrata a un camorrista, dove compariva il nome “Tortora” accanto a numeri di telefono.
Il carcere
Tortora passò sette mesi in carcere, dal giugno 1983 al gennaio 1984, quando gli vennero concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute. Il peso di quella detenzione lo segnò profondamente. Scrisse alla compagna Francesca dalle celle di Regina Coeli: “È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire”. Aveva perso il lavoro, la reputazione, la salute. Nel settembre 1985 arrivò la condanna: dieci anni di reclusione. Un colpo durissimo per un uomo che non aveva mai smesso di proclamare la propria innocenza. Ma Tortora non si arrese: rinunciò all’immunità parlamentare da eurodeputato, appena eletto nelle liste del Partito Radicale, per affrontare il processo a testa alta.Nel frattempo la sua salute continuava a peggiorare
L’assoluzione
Il 15 settembre 1986, la Corte d’Appello di Napoli ribaltò tutto. I giudici, con una sentenza che fece epoca, dichiararono Tortora “non colpevole” con formula piena. Le accuse dei pentiti crollarono: le loro dichiarazioni erano piene di contraddizioni, prive di riscontri oggettivi, rese solo per ottenere sconti di pena. L’agenda? Un equivoco: il nome scritto non era Tortora ma Tortona, un altro soggetto del tutto estraneo alla vicenda. Il giudice Michele Morello, che firmò la sentenza di assoluzione, smontò l’impianto accusatorio, dimostrando che non esisteva un solo elemento concreto che collegasse il presentatore alla camorra. La Cassazione confermò l’assoluzione il 13 giugno 1987. Troppo tardi. Tortora era già un uomo distrutto. Un tumore lo uccise il 18 maggio 1988, a 60 anni.
Il ruolo dei pentiti
Ciò che fece cadere l’accusa fu l’inattendibilità dei collaboratori di giustizia. I loro racconti erano un cumulo di bugie, dettagli inventati e ricostruzioni fasulle. Barra e Pandico cambiarono versione decine di volte, si contraddissero a vicenda, dissero tutto e il contrario di tutto pur di ottenere benefici processuali. La Corte d’Appello lo scrisse nero su bianco: quelle dichiarazioni non potevano costituire la base di una condanna. Non esisteva un testimone oculare, non esisteva un documento, nè una telefonata intercettata, non esisteva una prova materiale. Fu un ‘banale’ errore giudiziario sintomo di un sistema malato, dove la ricerca della verità veniva sacrificata sull’altare della spettacolarizzazione e della caccia al colpevole a tutti i costi.
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