Una ricerca dimostra che l’esposizione alle ondate di calore invecchia il corpo come fumo e alcol
L’età biologica dipende dai geni, dall’alimentazione e dall’attività fisica e cerebrale. Ma non solo. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Climate Change, l’invecchiamento biologico dipende sempre di più da quanto caldo fa dove si vive. Uno studio dell’Università di Hong Kong ha monitorato per quindici anni, dal 2008 al 2022, quasi 25mila adulti a Taiwan. I ricercatori hanno misurato l’età biologica dei partecipanti attraverso esami clinici: funzionalità epatica, renale, polmonare, pressione sanguigna, livelli di infiammazione. Poi hanno incrociato quei dati con l’esposizione al calore, calcolata in base alla temperatura accumulata nei due anni precedenti ogni controllo. Per ogni incremento di 1,3 gradi nell’esposizione media a temperature elevate, l’orologio biologico accelera di circa 0,023-0,031 anni. Tradotto: tra gli 8 e i 12 giorni in più all’anno.
Un confronto con fumo e alcol
Il dato che fa più effetto, però, è un altro: l’effetto del caldo estremo sull’invecchiamento cellulare è paragonabile a quello del fumo o del consumo abituale di alcol. Due dei principali nemici della longevità in salute. Per capire la portata del fenomeno: quattro giorni di caldo estremo in più nell’arco di due anni hanno fatto invecchiare il corpo dei partecipanti di circa nove giorni. L’esposizione prolungata alle temperature record non è solo un disagio estivo. È un fattore di stress continuo che innesca meccanismi nocivi a livello molecolare: aumento dei radicali liberi, infiammazione cronica silenziosa, danni al DNA. È come se il manuale di istruzioni del nostro corpo iniziasse a perdere pezzi. L’invecchiamento biologico, insomma, non aspetta i sessant’anni per farsi sentire. E il fenomeno è trasversale. Uno studio della University of Southern California ha osservato che le persone anziane che vivono in zone dove le temperature superano spesso i 32 gradi mostrano fino a 14 mesi in più di età biologica rispetto a chi vive in climi più miti.
La vulnerabilità non è uguale per tutti
Le ondate di calore non colpiscono in modo uniforme, come dimostra lo studio su Nature Climate Change. L’accelerazione dell’invecchiamento, infatti, colpisce con maggiore intensità i lavoratori manuali, i residenti nelle aree rurali e le comunità con scarso accesso all’aria condizionata. Per chi lavora all’aperto, l’invecchiamento biologico è quasi quattro volte più veloce. Le disuguaglianze economiche si traducono in disuguaglianze sanitarie. Chi non può permettersi un condizionatore, o vive in quartieri senza alberi e ombra, paga un prezzo più alto in termini di salute. Anche le città italiane riflettono questa frattura. Secondo il monitoraggio di Legambiente, nei quartieri periferici a basso reddito oltre il 64% delle infrastrutture è completamente esposto al sole nelle ore più calde. L’asfalto raggiunge picchi di 62 gradi, le pavimentazioni dei parchi giochi superano i 75. La presenza di alberi e fontane, invece, abbassa le temperature in modo significativo. Ma non ovunque ce ne sono abbastanza. Contrastare l’invecchiamento biologico causato dal caldo, quindi, significa anche ridurre le disuguaglianze.
Capacità di adattamento
Il caldo estremo dunque non è più solo un problema di emergenza. È un fattore di invecchiamento precoce, un acceleratore silenzioso che agisce sulle cellule, che, come fumo e alcol, accorcia la vita in salute. La ricerca, però, lascia spazio alla speranza. Nel corso dei quindici anni osservati a Taiwan, la popolazione ha mostrato una graduale capacità di adattamento agli effetti del calore. Il corpo umano impara, lentamente, a resistere. Ma non basta. Servono politiche strutturali. Non solo piani di emergenza estivi, ma interventi urbanistici capaci di ridurre le isole di calore. A Genova, ad esempio, il Comune ha avviato un progetto di “depavimentazione”: rimuovere l’asfalto per restituire spazio a suolo naturale, aiuole e verde. A Torino, una rete di 19 centri climatizzati e un sistema di assistenza domiciliare per gli over 65 fragili. Misure concrete, che però restano ancora sporadiche. E che servono proprio a rallentare quell’invecchiamento biologico che il caldo estremo può accelerare.
Credit foto: Massimo Todaro/Shutterstock.com
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