Chi consuma meno zucchero fino a due anni di età allontana il rischio di ammalarsi di demenza da adulto
Il legame tra il consumo dello zucchero e l’insorgere della demenza emerge dal passato. Nel settembre 1953 il governo britannico abolì il razionamento dello zucchero, in vigore dalla Seconda guerra mondiale. Il consumo quotidiano passò così da 41 a 80 grammi in un baleno, e il cambiamento repentino oggi permette ai ricercatori di tracciare un filo diretto tra l’alimentazione nei primi anni di vita e il futuro della salute da adulti. Lo studio guidato da Jiazhen Zheng della Hong Kong University of Science and Technology ha analizzato i dati di 64.737 persone della UK Biobank, nate tra il 1951 e il 1956. Un gruppo aveva vissuto i primi anni sotto il razionamento, l’altro no. La differenza sta nel rischio di demenza più basso del 23% per chi aveva consumato meno zucchero e demenza nei primi due anni.
Una differenza fin dall’utero
I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in tre categorie: esposti al razionamento solo in utero, esposti in utero e fino al primo anno di vita, esposti in utero e fino ai due anni. Hanno poi confrontato questi gruppi con i nati dopo la fine del razionamento, che avevano già accesso a dosi piene di zucchero fin dai primi mesi. La differenza nei consumi tra i due mondi era importante: da 41 grammi al giorno si passò a 80, quasi il doppio. Un aumento che oggi definiremmo traumatico per un organismo in formazione, e che offre spunti preziosi per capire il rapporto tra zucchero e demenza nelle generazioni future. Le persone esposte al razionamento zuccherino in utero e fino al secondo anno di vita hanno mostrato una riduzione del 23% del rischio di demenza per tutte le cause rispetto ai nati dopo la fine delle restrizioni. Per la malattia di Alzheimer la riduzione arriva al 28%. Per la demenza vascolare, il rischio è inferiore del 22%. Il legame tra zucchero e demenza si conferma dunque trasversale, coinvolgendo diverse forme della malattia.
Due anni e mezzo senza declino cognitivo
Ma c’è un dato forse ancora più significativo. Tra chi ha sviluppato la demenza, quelli cresciuti con meno zucchero hanno ricevuto la diagnosi in media 2,55 anni più tardi. Per l’Alzheimer il ritardo sale a 2,87 anni, per la demenza vascolare a 2,49. Due anni e mezzo di vita in più senza declino cognitivo. Un risultato che dà peso concreto alla relazione tra zucchero e demenza. I ricercatori hanno utilizzato i registri sanitari per identificare i casi di demenza, seguendo i partecipanti per circa quindici anni dopo il reclutamento, avvenuto quando avevano in media 54,6 anni. Un arco temporale sufficiente per cogliere l’emergere della malattia in una fascia d’età in cui comincia a farsi sentire. Il fatto che l’associazione tenga anche dopo aver corretto per fattori come sesso, livello di istruzione e condizioni socioeconomiche rende il risultato più robusto e credibile, rafforzando l’ipotesi che il rapporto tra zucchero e demenza non sia spiegabile solo da variabili sociali.
Un cervello più grande e più sano
La ricerca non si ferma ai numeri epidemiologici. I ricercatori hanno sottoposto una parte dei partecipanti a risonanza magnetica cerebrale e test cognitivi. I risultati confermano il vantaggio di chi ha mangiato meno zucchero da piccolo: volume maggiore della sostanza grigia, minori iperintensità della sostanza bianca (segno di danno vascolare) e migliori prestazioni nei test di velocità di elaborazione e ragionamento. La sostanza grigia è dove risiedono i corpi cellulari dei neuroni: averne di più significa avere più riserva cognitiva su cui contare quando l’invecchiamento comincia a fare il suo lavoro. Le iperintensità della sostanza bianca sono invece un marcatore di malattia dei piccoli vasi cerebrali, spesso associata a ipertensione e diabete. Chi aveva consumato meno zucchero da piccolo mostrava un volume di queste lesioni significativamente ridotto. Un cervello più pulito, con meno segni di usura precoce.
Meno dolci più sostanza grigia
I test cognitivi hanno poi confermato il quadro: i partecipanti esposti al razionamento ottenevano punteggi migliori in velocità di elaborazione e ragionamento, due domini che tendono a declinare con l’età e che sono tra i primi a soffrire nelle fasi iniziali della demenza. Il neuroimaging offre dunque una prova fisica del legame tra zucchero e demenza. Questo legame tra zuccheri precoci e salute del cervello passa attraverso la cosiddetta programmazione metabolica. Nei primi mille giorni il cervello cresce a velocità doppia rispetto al resto del corpo. Una dieta ricca di zuccheri in quella finestra può alterare il metabolismo, la sensibilità all’insulina e i livelli di infiammazione, creando un terreno favorevole a malattie come il diabete di tipo 2. Lo studio ha calcolato che diabete e ipertensione spiegano insieme il 25,5% dell’associazione osservata. Il resto rimane ancora da chiarire, ma l’ipotesi è che lo zucchero agisca anche sull’espressione genica o sui meccanismi epigenetici. Un ulteriore tassello per comprendere a fondo la relazione tra zucchero e demenza.
Un limite da non sottovalutare
Attenzione però, avvertono i ricercatori. La riduzione del consumo di zucchero nei primi mille giorni è associata a un minor rischio di demenza, ma la correlazione non prova la causalità. Servono ulteriori studi per capire i meccanismi molecolari alla base del legame tra zucchero e demenza. Potrebbero esserci fattori confondenti che i ricercatori non hanno potuto controllare completamente. Inoltre, il campione della UK Biobank non è rappresentativo dell’intera popolazione britannica: tende a includere persone più sane e con un livello socioeconomico più alto. Un altro punto da considerare è che il razionamento non riguardava solo lo zucchero ma anche altri alimenti, come carne e burro. Anche se lo zucchero è l’elemento su cui si è concentrata l’analisi, è possibile che altri nutrienti abbiano giocato un ruolo nel complesso rapporto il consumo di zucchero e l’insorgere di qualche forma di demenza.
Credit foto: photka/Shutterstock.com
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
