Tra il Festival di Sanremo a colori e il dramma del sequestro Moro, gli anni Settanta italiani scorrono sul filo di una contraddizione perenne: le conquiste sociali, le utopie delle radio libere e la febbre della musica si scontrano con la violenza delle piazze, la piaga dell’eroina e il terrore delle stragi
Meno di due mesi prima di sprofondare nel buio. Il 28 gennaio 1978, gli italiani si godono in tv la serata finale di Sanremo: le altre due non sono state trasmesse dalla Rai, neppure in radio. Il Festival inonda il piccolo schermo di colori, il bianco e nero è stato superato dall’anno prima. Ecco un cantautore in frac (glielo ha prestato Renato Zero) e cilindro. Strimpella l’ukulele, il ritratto-nonsense di Gianna è puro genio. Vincono i Matia Bazar, Anna Oxa arriva seconda, Rino Gaetano conquista il terzo posto. Gianna pare una gioiosa marcetta per accompagnare l’Italia fuori dai maledetti anni di piombo. Non sarà così. Lo si capisce il 16 marzo: via Fani, il massacro della scorta di Moro, il rapimento dello statista che aveva lavorato al compromesso storico tra la DC e il PCI di Berlinguer. I 55 giorni del sequestro, tra comunicati delle BR e depistaggi dei servizi, segnano il climax della notte dei Settanta. Inaugurati da conquiste sociali decisive – la legge sul divorzio, lo Statuto dei Lavoratori – e punteggiati da referendum cruciali fino alla normativa sull’aborto e alla chiusura dei manicomi ispirata da Basaglia. Stagioni inquiete, dove le crisi globali premevano sulla qualità della vita, con l’austerity del ’73 a imporre domeniche senza auto e l’illuminazione pubblica contingentata. Scuole e università, sul modello delle mobilitazioni operaie, ribollivano di fervori ideologici: bastava un niente in quegli ‘eserciti’ di ragazzi arruolati dall’extraparlamentarismo di sinistra o dall’ultradestra, per rischiare la vita. Ci si sparava addosso per un giornale che spuntava dalla tasca, per un taglio di capelli, per aver imboccato la via sbagliata: rossi e neri contavano i morti in una guerra civile a bassa intensità, con i burattinai nascosti nei labirinti del Palazzo. Anni di paranoia e della mattanza dell’eroina, che per troppi era “il salto di qualità” dopo fumo e acidi. E dell’“autoriduzione” ai concerti: si pretendeva la musica gratis, finché le star internazionali non si azzardarono più a suonare nel nostro Paese. Traumatici gli incidenti al Vigorelli di Milano per i Led Zeppelin (incautamente, l’organizzazione aveva previsto in cartellone gli idoli del Cantagiro prima della band britannica) e gli scontri tra spettatori e polizia, con lacrimogeni e cariche, dentro il Palaeur di Roma per Lou Reed nel ’75. Gli eventi musicali ‘praticabili’ dovevano essere agganciati a uno scudo partitico (le Feste dell’Unità) o sottratti al sospetto di un business che minasse la ‘purezza’ della musica. I Festival dell’Avanguardia a Roma certificavano il trionfo del progressive tricolore, mentre le edizioni del Parco Lambro a Milano, gestite da Re Nudo e dal coté ‘alternativo’, sprofondavano man mano nell’incontrollabilità: le mille facce della controcultura si fronteggiavano, freaks contro femministe contro autonomi. Al Lambro si dava l’assalto a furgoni di polli surgelati, usando gli alimenti come armi per allucinate battaglie. Intanto, da Nord a Sud, i cantautori subivano ‘processi’ sui palchi: l’accusa era di essersi venduti al Sistema. La ‘prova’? Il compenso per l’esibizione. De André, Venditti, Finardi, Vecchioni dovettero difendersi di fronte al pubblico. Al Palalido, nel ’76, De Gregori fu invitato a “spararsi come Majakovskij” in nome della rivoluzione. Il fervore libertario generava sogni e incubi. Le radio, divenute ‘libere’ e ‘ribelli’ dopo la fine del monopolio Rai, diffondevano dischi magnifici, folk andino e chiamate alla presa di coscienza. La bolognese Radio Alice, chiusa dall’irruzione in diretta della polizia, rilanciava il tam-tam del Movimento del ’77, quello che, tra spari e vittime innocenti, spranghe e P38, aveva cavalcato l’Utopia prima che il terrorismo militante la spazzasse via. A Cinisi, in Sicilia, Peppino Impastato denunciava da Radio Aut la protervia assassina della mafia, con quei cento passi a dividere casa sua da quella del boss Badalamenti. Lo trovarono ucciso lungo la ferrovia il 9 maggio ’78, lo stesso giorno del rinvenimento del cadavere di Moro a via Caetani. Erano anni in cui pensavi di prenderti il mondo con poche lire in tasca o pedalando per accendere un Ciao, e se da studente scoprivi l’Europa con l’Interrail, dovevi sperare che il tuo treno non saltasse in aria per una bomba, come accadde all’Italicus nel ’74 o alla stazione di Bologna nell’80. Anni di golpe definiti da operetta, ma le stragi – vedi piazza della Loggia a Brescia – erano orrendamente reali. I poeti beat incantavano i giovani negli happening di Castelporziano; nella capitale, l’assessore Nicolini inventava l’“Estate Romana”, convincendo tutti a godersi film muti di quattro ore all’ombra di Massenzio. A metà del decennio si diventava maggiorenni a 18 anni. Il sesso era paritario ma problematico, come insegnava il romanzo generazionale Porci con le ali; in compenso, le discoteche alimentavano la febbre dance. Dalla, De Gregori e Ron portarono i fans negli stadi per il tour “Banana Republic” del ’79. Il “decennio breve” finiva rialzando il volume.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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