Con un cast guidato da Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth, il regista premio Oscar torna alla fantascienza dall’11 giugno. Un thriller intellettuale che promette di dare risposte: «Le domande delle persone su ciò che accade nei nostri cieli hanno raggiunto un punto critico: siamo soli o non siamo soli?»
La curiosità dell’umanità verso l’ignoto, il crescente interesse sull’esistenza della vita oltre la Terra, l’urgente domanda se siamo soli, il bisogno di comprendere cosa si cela oltre il nostro mondo e noi stessi. Dopo più di vent’anni, Steven Spielberg torna al cinema di fantascienza con Disclosure Day, basato su una storia dello stesso regista americano, scritto da David Koepp, e nelle sale italiane dall’11 giugno distribuito da Universal Pictures.
Tutto ha inizio quando una rivelazione governativa viene resa pubblica e sconvolge il mondo. Prove inconfutabili sull’esistenza di vita extraterrestre scatenano reazioni contrastanti tra panico, fede e desiderio di conoscenza. Mentre le istituzioni cercano di gestire il caos e mantenere il controllo, un gruppo eterogeneo di individui si trova al centro di un’indagine che li porterà a scoprire verità molto più complesse.
Se nel film Emily Blunt interpreta una meteorologa televisiva e giornalista di Kansas City, Josh O’Connor è un giovane esperto di sicurezza informatica, mentre Colin Firth è a capo della Wardex, un’organizzazione incaricata dal governo di mantenere segreta l’esistenza di extraterrestri, e Colman Domingo, un ex membro di Wardex e a favore della rivelazione (da qui il titolo del film, che fa riferimento al termine utilizzato negli ambienti ufologici per descrivere l’ipotesi di una rivelazione ufficiale, in particolare da parte del governo americano, sull’esistenza di esseri extraterrestri e segreti a lungo custoditi). Se nei suoi precedenti film di fantascienza sugli alieni, da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T. e La guerra dei mondi, Spielberg ha raccontato gli incontri tra esseri umani ed extraterrestri puntando sulla spettacolarizzazione, Disclosure Day ha più un’anima introspettiva e intellettuale, puntando sul perché l’umanità rimanga affascinata dal mistero di ciò che si trova oltre la Terra e meditando su fede, paura e speranza.
«Sono sempre stato affascinato dalle cose che non si possono spiegare e ho realizzato molti film su argomenti simili, dagli squali ai dischi volanti – ha raccontato Spielberg -. Da bambino, ricordo di aver sviluppato una vera curiosità per il cielo notturno e per ciò che accade lassù, e non tanto per la possibilità, quanto per la certezza che esista vita al di fuori del nostro pianeta. Le domande delle persone su ciò che accade non solo nei nostri cieli, ma anche nei nostri mondi, nelle nostre realtà, hanno raggiunto un punto critico, una vera e propria fascinazione per la domanda: siamo soli o non siamo soli? E se qualcuno sa che non siamo soli, perché non ce l’ha detto?».
Incontrando gli esercenti al CinemaCon di Las Vegas, la fiera di settore in cui gli studios svelano le loro prossime uscite cinematografiche, il regista 79enne ha detto ancora: «Mezzo secolo dopo, ho realizzato Disclosure Day con la convinzione molto più forte che in questo film ci sia più verità che finzione. È un’avventura, e l’unica cosa di cui avete bisogno per seguirlo dall’inizio alla fine è una cintura di sicurezza. Credo davvero che il film fornirà risposte e vi farà porre molte domande».
Steven Spielberg ha rivoluzionato il cinema di fantascienza, trasformandolo in qualcosa di profondamente umano, emotivo e spettacolare al tempo stesso e parlando di famiglia, infanzia, solitudine e bisogno di meraviglia. Nel corso della sua carriera, il regista americano ha usato alieni, futuri distopici e tecnologie avanzate non soltanto per stupire il pubblico, ma soprattutto per raccontare paure, desideri e ossessioni dell’uomo contemporaneo.
Il primo grande capolavoro del genere risale al 1977. Incontri ravvicinati del terzo tipo è un film che ha cambiato radicalmente la rappresentazione degli alieni al cinema, capaci di comunicare attraverso la musica e le emozioni.
Cinque anni dopo, il regista firma uno dei film più iconici di sempre, che conquista il pubblico mondiale: E.T. l’extra-terrestre. Dietro la storia d’amicizia tra un bambino e un alieno abbandonato sulla Terra si nasconde un racconto intimo sulla solitudine e sulla separazione familiare. La celebre scena della bicicletta che vola davanti alla luna è diventata il simbolo stesso del cinema spielberghiano.
Nel 2001, il cineasta porta la fantascienza verso territori più cupi e maturi con A.I.-Intelligenza Artificiale, progetto nato da un’idea di Stanley Kubrick, che riflette sul rapporto tra umanità e tecnologia attraverso la storia di un bambino robot programmato per amare. L’anno seguente, con Minority Report, Spielberg costruisce invece un thriller futuristico dominato dal controllo tecnologico e dalla sorveglianza. Ambientato in una società dove i crimini vengono previsti prima ancora che accadano, il film anticipa molte paure contemporanee legate alla privacy e all’IA.
Spielberg torna poi al tema dell’invasione aliena con La guerra dei mondi, del 2005, spettacolare adattamento del romanzo di H.G.Wells. Qui la fantascienza diventa metafora del trauma collettivo post-11 settembre, mostrando un’America improvvisamente fragile e terrorizzata.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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