Quando l’anno dei mondiali finisce con il numero 6, qualcosa di memorabile si prepara. È successo solo tre volte, tutte difficili da dimenticare.
Vuole la cabala che il numero 6 rappresenti la suprema armonia: quella interna che si sposa con quella esterna per conseguire un ordine perfetto e stabile. Un disegno superiore e imperscrutabile, che può perfino apparire caotico agli occhi dei “profani”, ma in cui “tutto torna”. Applicato ai mondiali di calcio, o piuttosto alle annate dei mondiali di calcio, il 6 pare esprimere tutto il suo sorprendente potere. Per quattro volte nella storia l’anno dei mondiali si è trovato a terminare col numero 6: il 2026, che ancora attende il verdetto del campo, e prima, a ritroso, il 2006, il 1986 e il 1966. Avrebbe dovuto esserci anche il 1946, ma le ferite ancora fresche della Seconda guerra mondiale non permisero di organizzare quell’edizione del campionato.
1966, un Mondiale tutto inglese
Vent’anni più tardi, a ospitare la competizione fu l’Inghilterra all’apice del suo fermento culturale: il Paese dei Beatles e di Mary Quant, della regina Elisabetta, della Swinging London, delle tendenze artistiche e musicali che dettavano il passo al mondo. Al mondo l’Inghilterra si vantava di aver insegnato anche il “football”, ma il palmares della nazionale di casa non sembrava giustificare tanto sussiego. Qualche vittoria in prestigiose amichevoli, il lungo e sdegnoso rifiuto di partecipare ai tornei internazionali – Mondiali ed Europei ideati dai “rivali” francesi – e nessun titolo in bacheca. Il campionato del mondo in casa era un’arma a doppio taglio: una vetrina, ma anche una buccia di banana su cui si poteva rovinosamente scivolare.
La squadra inglese, guidata dal tecnico Alf Ramsey e imbottita di campioni – il portiere Gordon Banks (rivedere la “parata del secolo” su colpo di testa di Pelé), il difensore Bobby Moore e l’attaccante Bobby Charlton – vinse senza perdere nemmeno una partita. Fu prima nel suo girone d’esordio, superò l’Argentina nei quarti e poi il Portogallo della “pantera nera” Eusebio in semifinale. Ma il 30 luglio, nello stadio di Wembley ristrutturato per i mondiali (con tanto di caratteristica copertura), piegò la Germania Ovest solo ai tempi supplementari, dopo che i 90 minuti canonici erano terminati sul risultato di 2 a 2, e solo grazie a un “gol fantasma” di Geoff Hurst. La palla calciata dal centravanti al minuto 101 batté sotto la traversa per poi rimbalzare nei pressi della linea di porta… Dentro? Fuori? Con la tecnologia odierna non ci sarebbero stati dubbi, ma all’epoca toccò all’arbitro prendere una decisione controversa.
L’arbitro, lo svizzero Dienst, disse che era gol. La Germania Ovest, sospinta da campioni del calibro di Beckenbauer, Haller, Seeler, cercò di riagguantare il pareggio ma finì per esporsi al contropiede degli inglesi che, ancora con Hurst, si portarono sul 4 a 2. Pratica archiviata e coppa Rimet sollevata dal capitano Moore di fronte alla regina Elisabetta: i maestri del football vivevano finalmente il loro giorno di gloria.
1986, l’anno dell’Argentina ai Mondiali del Messico
Nel 1986, dopo altri vent’anni, il campionato del mondo si disputò in Messico e fu vinto dall’Argentina, appena reduce da anni di sanguinosa dittatura, trascinata dal suo fuoriclasse indiscusso, Diego Armando Maradona. Quella del “pibe de oro” fu probabilmente la prestazione individuale più rilevante, più decisiva, nella storia dei mondiali. Nei quarti di finale Maradona si “inventò” due gol per superare l’Inghilterra: il primo con la famigerata “mano di Dio”, un colpo col pugno, nascosto dalla testa e non visto dall’arbitro, per anticipare su un cross il portiere inglese in uscita; il secondo al termine di una cavalcata ubriacante cominciata nella metà campo argentina e terminata dopo dieci secondi nella porta inglese.
Non basta: in semifinale Maradona segnò un’altra doppietta contro il Belgio e poi, in finale contro la Germania Ovest, pure asfissiato dalla marcatura feroce degli avversari, cacciò dal cilindro l’assist che permise al compagno Burruchaga di siglare il gol del 3 a 2 in favore della “seleccion”. Fu il trionfo di un popolo, felice per un giorno dopo tanta tristezza, e di un idolo, istantaneamente consacrato come simbolo della genialità calcistica.
2006, l’Italia e le nemesi (risolta) dei calci di rigore
Ancora vent’anni e l’incantesimo bizzarro del 6 avrebbe toccato l’Italia… Nel 2006, nell’edizione dei mondiali disputata in Germania, la nostra nazionale partiva sotto una cattiva stella. Lo scandalo di “Calciopoli”, storia fosca di combine e corruzione arbitrali, aveva appena travolto la nostra Federazione e varie squadre di club, portando a clamorose penalizzazioni e retrocessioni. Il clima era cupo, le aspettative basse, ma l’Italia guidata dal commissario tecnico Marcello Lippi seppe compiere un piccolo miracolo sportivo, esaltando le sue caratteristiche tradizionali e sovvertendo alcune statistiche non proprio favorevoli.
Con un calcio concreto, basato innanzitutto sulla solidità difensiva, forse meno brillante che in altre occasioni ma molto efficace, la squadra italiana eliminò in semifinale i padroni di casa, dopo una partita al cardiopalma protrattasi fino ai supplementari. Poi, in finale, l’Italia sfatò il “tabù” Francia, superando la nazionale che l’aveva battuta nel 1998 ai Mondiali e nel 2000 agli Europei, e facendolo per giunta ai rigori, che erano costato ai nostri tre dolorosissime sconfitte nelle precedenti edizioni dei campionati (in semifinale nel 1990, in finale nel 1994 e ai quarti nel 1998). Un colpo di coda del destino, insomma: un’altra trama inedita ispirata dalla bizzarra armonia del numero 6 o, se si rifiuta qualsiasi suggestione esoterica, dalla ricorrente imprevedibilità che rende il gioco del calcio così bello.
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