Due terzi degli over 65 assumono almeno cinque medicinali al giorno. Il rapporto AIFA fotografa un paese che consuma, prescrive e spende in modo disuguale. Con il Sud in testa per consumi e spesa, e un conto salato per il Servizio sanitario.
Quasi nessun anziano è senza una ricetta
C’è una percentuale che, da sola, dice tutto: il 97,4% degli italiani over 65 ha ricevuto almeno una prescrizione farmacologica nel corso del 2024. Sostanzialmente, la quasi totalità. E’ la fotografia di un Paese in cui la medicina del quotidiano si è trasformata, per la fascia d’età più anziana, in una gestione continua e spesso sovrabbondante di medicinali.
Il Rapporto OsMed 2024, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco, mette in fila i numeri e delinea un quadro che invita a riflettere non tanto sulla quantità delle cure, ma sulla loro qualità e appropriatezza.
In media, ogni anziano assume oltre 3,4 dosi giornaliere di farmaci. Il 68,1% degli over 65 prende almeno cinque principi attivi diversi nel corso dell’anno, quella che tecnicamente si chiama politerapia, e circa uno su tre, il 28,3%, supera i dieci. Una realtà che non sorprende chi lavora nei reparti di geriatria, ma che colpisce quando la si traduce in numeri di sistema: quasi due dosi al giorno per ogni abitante italiano, indipendentemente dall’età.
Tra gli over 65, poi, il 33% è in politerapia cronica vera e propria, cioè assume almeno cinque farmaci diversi per un periodo superiore ai sei mesi consecutivi.
Il costo della politerapia
Più farmaci non significa automaticamente più salute. Lo sa bene chi si occupa di farmacovigilanza, e lo quantifica l’AIFA con una stima che non lascia spazio alle ambiguità. Il fenomeno delle prescrizioni inappropriate costa al Servizio sanitario nazionale circa 2 miliardi di euro ogni anno, tra ricoveri che si sarebbero potuti evitare, complicanze iatrogene e sprechi diretti di medicinali.
Una cifra che pesa su un sistema già sotto pressione, e che deriva soprattutto da un meccanismo ben noto ai clinici: la cosiddetta prescrizione a cascata. Si prescrive un farmaco per trattare gli effetti collaterali di un altro, poi un terzo per gestire le conseguenze del secondo. Il risultato è che il paziente si ritrova con un foglietto illustrativo che sembra un romanzo e una terapia che nessuno riesce più a governare nel suo insieme.
La spesa media annua per un anziano utilizzatore di farmaci ammonta a 570 euro, con differenze di genere: 621 euro per gli uomini, 529 per le donne. Un onere che cresce con l’età, seguendo una traiettoria lineare e prevedibile.
Nord e Sud: due “Italie farmaceutiche”
Il Rapporto OsMed 2024 conferma una frattura geografica che si ripete ogni anno con puntualità. La prevalenza d’uso dei farmaci nel 2024 è stata del 70,8% al Sud, contro il 64,9% al Nord e il 70,3% al Centro. Non si tratta solo di quante persone prendono i medicinali, ma di quanto e di quali.
La spesa pro capite nazionale si attesta attorno ai 213 euro, ma in Campania si arriva a 358 euro, mentre regioni come Toscana, Veneto e Lombardia restano in linea o sotto la media. Il divario più evidente riguarda gli antibiotici, che rappresentano uno degli indicatori più sensibili per misurare l’appropriatezza prescrittiva. Nel 2024 il consumo medio nazionale si attestava a 16,9 dosi giornaliere ogni mille abitanti ma con oscillazioni regionali significative: 14,5 al Nord, oltre 20 in alcune regioni meridionali, con picchi in Campania e Basilicata. Al Sud fino al 44,8% dei cittadini riceve almeno una prescrizione antibiotica nell’arco dell’anno, contro il 30,9% del Nord. Tra gli anziani, quasi uno su due prende antibiotici almeno una volta l’anno.
Nelle regioni meridionali le liste d’attesa sono più lunghe, e quando una diagnosi certa tarda ad arrivare, la prescrizione precauzionale diventa una scorciatoia comprensibile ma rischiosa. Il problema è che l’uso massiccio e spesso non necessario di antibiotici alimenta un fenomeno ben più grave: l’antibiotico-resistenza.
Dalla “taglia unica” alla medicina personalizzata
Di fronte a questo scenario, l’AIFA ha avviato un cambio di rotta concreto. L’Agenzia ha istituito un tavolo dedicato alla cosiddetta “prescrittomica”, la disciplina che studia come ottimizzare le terapie nei pazienti in politerapia, riducendo le interazioni pericolose e le prescrizioni inutili.
Il documento di posizione dell’Agenzia parla esplicitamente di passaggio da una medicina “taglia unica” a un approccio su misura, capace di integrare dati clinici, storia farmacologica e fragilità individuali.
Ad esempio, all’Ospedale Mauriziano di Torino è stato avviato un progetto di revisione sistematica delle terapie dopo ricovero o accesso al pronto soccorso: i risultati hanno mostrato che quasi due medicinali su dieci potevano essere eliminati senza alcun danno per il paziente, anzi con beneficio. Un caso che suggerisce come, in certi casi, togliere una pillola possa essere clinicamente più efficace che aggiungerne un’altra.
La spesa farmaceutica totale italiana ha raggiunto nel 2024 i 37,2 miliardi di euro, in crescita del 2,8% rispetto all’anno precedente. Di questa cifra, il 72% è a carico del Servizio sanitario nazionale. Trainano l’aumento soprattutto le terapie innovative che rappresentano una quota crescente e giustificata della spesa pubblica.
Il nodo da sciogliere resta l’altra faccia del sistema: quella fatta di prescrizioni di routine, di farmaci da banco, di ricette che si rinnovano per abitudine più che per necessità clinica dimostrata.
Quando meno è meglio
L’Italia ha un sistema farmaceutico ad accesso universale, una rete di medici di medicina generale capillare e un’industria del farmaco tra le più sviluppate d’Europa. Eppure il paradosso regge: si consuma molto, si prescrive spesso e, specie in alcune aree del Paese, non sempre con la selettività che il caso richiederebbe.
Il nodo non è demonizzare i farmaci, che restano strumenti essenziali e salva-vita, ma rimettere al centro la valutazione clinica individuale. Soprattutto per gli anziani, pazienti con più malattie, metabolismo diverso e maggiore vulnerabilità agli effetti indesiderati.
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