Tra l’antico entroterra e la Riviera degli Angeli nasce il collettivo We’re South. Storie di giovani che tornano per raccogliere l’eredità degli anziani e creare un primato europeo partendo da un gelseto abbandonato
Stilo, Bivongi, Monasterace, Guardavalle, Santa Caterina dello Ionio, Badolato e San Floro. C’è un’altra Calabria che si trova nel Basso Ionio, tra l’antico entroterra e la Riviera degli Angeli, dove – negli ultimi anni – un gruppo di imprenditori ha unito amicizia, visione del territorio e progetti economici, dando vita all’associazione We’re South. Una rete di giovani calabresi, nata nel 2023 quasi per caso, che vive e racconta il proprio territorio celebrando “la lentezza dei luoghi” e nuove forme di abitazione e valorizzazione della Calabria. «Siamo prima di tutto un gruppo di amici, che condividono la visione del territorio e il racconto che ne facciamo – dice Giulia Montepaone, presidente di We’re South, agronoma e manager impegnata in attività di educazione ambientale -. Se We’re South esiste è grazie al lavoro fatto insieme e al mutuo soccorso».
Un collettivo di cui fanno parte sette paesi dell’area ionica calabrese, che coinvolge numerose realtà imprenditoriali attive in questi borghi, dall’oreficeria a una cantina di vigneti eroici a picco sul mare, dal trekking all’agriturismo, tutti accomunati dalla scelta di abitare di nuovo i propri paesi creando attività e dibattito, partendo dai compaesani. Come fa il Festival itinerante Rigugghju, nato l’anno scorso su iniziativa dei giovani imprenditori di We’re South. «Quest’anno, la seconda edizione è stata a Guardavalle. Avevamo bisogno di dare voce a quello che facciamo. C’è un bel movimento, è come se ci stessimo risvegliando – spiega Giulia, con entusiasmo -. Si parla sempre di questi posti come soggetti allo spopolamento, ma queste aree interne sono diverse da come vengono raccontate. Serve una nuova narrazione. Anche sulla marginalizzazione: non ci sentiamo marginali ma al centro, perché i paesi sono catalizzatori di energie».
C’è chi resta, c’è chi torna e c’è chi arriva. «Andarsene deve essere una scelta, non l’unica possibilità. Così come rimanere, deve essere una possibilità», commenta Giulia. Le fa eco Miriam Pugliese, che con la cooperativa Nido di Seta fa parte della rete We’re South. «Rimaniamo con consapevolezza, e facciamo la differenza sul territorio. Queste zone sono state narrate per tanto tempo come sterili, noi invece le vediamo molto fertili», aggiunge Miriam che, nata in Calabria e trasferitasi vicino Varese con i genitori da bambina, ha scelto di tornare nel suo paese, San Floro, un borgo di 500 anime in provincia di Catanzaro, e di rimanere.
Il progetto Nido di Seta nasce dal sogno suo e di altri due ragazzi calabresi, Domenico e Giovanna, di fare qualcosa insieme partendo dalla riscoperta di una tradizione custodita dagli anziani del posto, la gelsibachicoltura. «C’era un gelseto abbandonato, di proprietà del Comune, con annessi casolari e un Museo della seta, anche quello abbandonato. Abbiamo pensato così di progettare sul nostro passato la possibilità di costruirci il futuro», racconta Miriam. Dopo aver presentato un progetto per la valorizzazione del gelseto, e aver vinto – da unici partecipanti – un bando pubblico, nel 2014 è nato il progetto Nido di Seta. «Oltre Domenico, che aveva esperienza nell’allevamento dei bachi, nessuno di noi sapeva molto altro. Quindi, la prima cosa che abbiamo fatto è stata riappropriarci delle conoscenze, con l’aiuto degli anziani dei nostri paesi – spiega Miriam -. Abbiamo poi ampliato quella conoscenza, viaggiando e gemellandoci con diverse realtà di tutto il mondo. Oggi siamo tre fondatori e altre sei persone in azienda.
Esternamente, lavoriamo in rete con quattro bachicoltori – anche del Nord Italia – a cui diamo i bachi piccoli, e successivamente ritiriamo il bozzolo: una sorta di consorzio della seta. E poi una rete di otto artigiani che lavorano dai propri opifici qui in zona e che, mantenendo in vita queste tradizioni, creano reddito che investono nelle loro piccole comunità. Per noi questo è un modello di sviluppo dal basso». Una filosofia basata su una rete di relazioni umane in cui credono i giovani imprenditori serici, anche come forma di «lotta all’individualismo, molto presente in questa regione», commenta Miriam.
Dalla Calabria creano un primato europeo, fare impresa solo con la produzione della seta: dai filati ai gioielli artigianali alle confetture di more. Un traguardo che sfida ogni giorno tanti ostacoli. Naturali e burocratici. «Il baco da seta è molto sensibile, sono fondamentali le temperature, l’umidità, l’acqua, la pulizia; se una di queste cose manca, il baco si ammala e succedono epidemie – dice Miriam, che aggiunge -, ma sappiamo affrontare queste cose. Come quando, fino al 2021, siamo stati senza elettricità, e tutt’oggi viviamo in una precaria accessibilità stradale. Ma con le persone giuste, si riesce a superare tutto», chiosa sorridendo.
Miriam non ha dubbi neanche sul messaggio da far passare ad altri calabresi: «Ci è stato sempre detto che qui non c’è niente, e questa cosa non è vera perché c’è tanto. E nel caso non ci fosse nulla, vuol dire che c’è tanto su cui lavorare. Quello che noi stiamo cercando di fare è fiorire e concimare per le future generazioni».
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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