C’è stato un tempo in cui la primavera era semplicemente la stagione della rinascita e dei prati in fiore. Oggi, per milioni di persone, è diventata anche la stagione degli occhi che lacrimano, dei respiri affannosi, degli starnuti incessanti. Le allergie respiratorie sono in aumento e raccontano una trasformazione più profonda, che riguarda il clima, l’atmosfera e il modo in cui le piante reagiscono a entrambi. Dietro questa crescita, c’è un legame sempre più evidente tra cambiamenti climatici, concentrazioni di anidride carbonica e produzione di polline.
L’aumento dell’anidride carbonica atmosferica, insieme all’innalzamento delle temperature globali, sta modificando in profondità i cicli biologici delle piante. La fotosintesi, il processo attraverso cui le piante trasformano CO₂ e luce in energia, viene accelerata dalla maggiore disponibilità di gas serra. Il risultato è una crescita più rapida e vigorosa della vegetazione, accompagnata però da un effetto collaterale sempre più evidente: una produzione di polline più abbondante.
A confermarlo è la Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), secondo cui circa il 30% della popolazione mondiale soffre di allergie respiratorie da pollini, con un impatto crescente soprattutto tra i più giovani. Il dato non sorprende se si osserva ciò che sta accadendo nell’ambiente: l’aumento dell’anidride carbonica e delle temperature globali sta alterando i cicli biologici delle piante. Studi citati dalla SIAAIC mostrano che alcune specie, come l’ambrosia, rilasciano quantità significativamente maggiori di pollini in presenza di alte concentrazioni di CO₂. Ma non è solo una questione di quantità. Il polline prodotto in ambienti ricchi di CO₂ risulta anche più aggressivo dal punto di vista allergenico. Questo perché il cambiamento climatico agisce su più livelli. Le stagioni polliniche si stanno allungando e intensificando: in Italia e in Europa, la stagione dei pollini dura fino a 45 giorni in più, iniziando prima in primavera (con un anticipo che varia dai 2 agli 8 giorni ogni anno) e prolungandosi in autunno. In prospettiva, si stima addirittura un aumento fino al 200% della quantità di polline rilasciato.
A cambiare non è solo il “quanto”, ma anche il “quando” e il “dove”. Il riscaldamento globale modifica gli habitat, favorendo la diffusione di specie allergeniche in aree dove prima erano assenti. Modelli previsionali indicano che piante come l’ambrosia potrebbero espandersi verso latitudini sempre più settentrionali, aumentando il numero di persone esposte.
Le specie vegetali più coinvolte sono ben note a chi soffre di allergie: betulla, ontano, nocciolo e soprattutto le graminacee. Ma ciò che sta cambiando è l’intensità dell’esposizione. Non solo più polline, ma anche più “attivo”, capace di penetrare più facilmente nelle vie respiratorie.
Qui entra in gioco un altro fattore: l’inquinamento atmosferico. Le polveri sottili, come il PM10 e il PM2.5, interagiscono con i granuli del polline, modificandone la superficie e rendendoli più facilmente inalabili. In alcuni casi, frammentano il polline in particelle ancora più piccole, capaci di raggiungere le zone profonde dell’apparato respiratorio.
Le conseguenze sono evidenti: aumentano rinite, asma e congiuntivite, con sintomi più intensi e prolungati. In Italia, milioni di persone convivono con queste patologie, e il rischio è che non esistano più “stagioni sicure”. Le allergie, avvertono gli esperti, potrebbero diventare un fenomeno quasi permanente e l’impatto è particolarmente significativo nei bambini, il cui sistema respiratorio è più vulnerabile.
Questa trasformazione racconta qualcosa di più ampio. Il legame tra clima e salute è ormai evidente: l’aumento delle emissioni di gas serra, dalla CO₂ ai composti inquinanti, non modifica solo le temperature, ma anche la qualità dell’aria e i cicli biologici. Il polline, in questo senso, diventa un indicatore ambientale, un segnale tangibile delle alterazioni in corso, il linguaggio stesso di un pianeta che cambia.
© Riproduzione riservata
