A vent’anni dal debutto, il gigante del jazz pubblica Prova d’autore, il primo album di inediti nella nostra lingua. Un viaggio di 20 brani tra soul, ricordi d’infanzia e l’amore per i figli, sfidando le consuetudini del pop moderno
Una statura da cestista e una voce da basso: caratteristiche più da cantante russo pronto a lanciarsi in un inno popolare per scongiurare i rigori dell’inverno che da vocalist e arrangiatore siciliano. Mario Biondi da oltre vent’anni si impegna a spezzare la consuetudine tenorile del canto moderno, offrendoci una vocalità calda e profonda, perfettamente adatta al repertorio pop-soul morbido e di fattura jazzy che ama. E che finora aveva sempre cantato in inglese.
«Musicalmente però vengo dalla Sicilia, letteralmente – ci dice -. A cominciare da mia nonna, che era una cantante radiofonica dell’epoca dell’EIAR. Mio padre, invece, era un cantautore di un certo successo negli Anni ’70. Poi conobbe un musicista palermitano con il quale scrisse e interpretò la canzone dialettale Tu, Malatìa, con la quale vinse il Festival della canzone siciliana. Il brano, che ora è la canzone ufficiale di Catania, fu registrato anche in spagnolo, vendette centinaia di migliaia di copie ed è tuttora popolarissimo nell’isola».
Dopo una dozzina di album da leader e collaborazioni prestigiose (citiamo nel mazzo Burt Bacharach e Pino Daniele, Al Jarreau e Renato Zero, Incognito e Ornella Vanoni), oggi Biondi è arrivato finalmente al suo primo cd di inediti in italiano, Prova d’autore, di cui è protagonista assoluto, dato che si è occupato anche degli arrangiamenti e della produzione dei 20 brani che lo compongono. «L’italiano mi riporta indietro ai miei inizi, quando da bambino andavo nelle piazze con mio padre che cantava. Devo dire che abbiamo colto la palla al balzo del ventennale dal grande successo di Handful Of Soul (il suo cd di debutto, arrivato al numero uno in classifica, così come i successivi Sun del 2013 e Beyond del 2015, ndr) per dare il giusto risalto a un progetto che mi ha richiesto tanti anni.
I tempi erano ormai maturi e le canzoni pronte, sia quelle più datate, Un cuore che non dà ha più di vent’anni, sia quelle più vicine, sia i brani che non durano due minuti, sia quelli di oltre sette. Sono canzoni cui non ho voluto aggiungere o togliere nulla, perché mi coinvolgono a livello di sentimenti, di empatia, di sensibilità. Ad esempio Ciao dottore, il primo brano, è dedicato a una persona che mi è stata molto vicina e che è scomparsa durante il lockdown. Poi ce ne sono diversi che parlano dell’amore per i miei figli, anzi direi che tutto il progetto è pregno dell’energia che loro (Biondi ne ha dieci, che vanno dai 30 ai due anni, ndr) mi comunicano, sia positiva che, a volte, negativa».
La sua straordinaria voce calda e pastosa, affinata in tanti anni di live (vanta il record di essersi esibito in oltre 50 Paesi del mondo) e paragonata a quelle “black” di Teddy Pendergrass, Isaac Hayes e Barry White, emerge in un lavoro dalle molte sfaccettature. Ci sono brani di spoken word (tecnica di poesia orale, ndr), di pop aperto e discorsivo e di soul emozionale, canzoni che avrebbe potuto cantare Renato Zero («gli ho proposto Questa sera, ma poi ho deciso di farla io»), altre più sperimentali come Ancorarsi ancora e Cielo stellato («l’avevo offerta a Carlo Conti per Sanremo, ma non l’ha presa: peccato perché sarebbe stato un ottimo trampolino per l’album») oppure molto elaborate come Mi fai sentire, che da moderna si evolve classica e finisce con un campione vocale.
«Ogni brano ha avuto un percorso unico nella sua costruzione. Alcuni avevano una melodia e un approccio di testo fin dall’idea iniziale, avevano quel mood. Altri ho dovuto lavorarli con molta attenzione, dedicando tempo ai dettagli, anche restando su un brano per mesi, cosa sicuramente desueta. E poi in Ciao dottore e Forte, che aprono e chiudono il disco, non ho sentito la necessità di metterci una melodia, perché sono un po’ di anni che, anche sul palco, mi piace parlare. La naturalezza è quello che ricerco sempre. Non mi sforzo per trovare un suono che dia, ad esempio, un appeal all’americana, preferisco spogliarmi un po’ per ottenere il suono giusto del singolo pezzo».
Si ha l’impressione che lei si sia divertito a realizzare questo album.
Non posso negare di essermi divertito un po’, ma soprattutto mi sono impegnato molto, perché non so mettere in pratica, come si direbbe nel calcio, troppe tattiche o schemi di gioco quando scrivo e suono. Mi piace ragionare di pancia e, negli anni, ho acquisito un po’ di know how (esperienza, competenza, ndr) per farlo. Non mi sono attenuto a regole prestabilite, come non ho mai fatto nella mia vita. Se però devo dirle una situazione che mi ha molto divertito e che mi piacerebbe ripetere, è stata quella di dare la voce a Miguel, il cattivissimo dei due film Rio e Rio 2-Missione Amazzonia».
Di certo Biondi si divertirà anche durante il lunghissimo tour che lo attende dal 3 al 21 maggio nei teatri da Crema a Catania, dal 23 maggio al 26 giugno in giro per l’Europa, dal 3 luglio al 20 agosto (con chiusura il 28 a Spalato) nelle rassegne estive. Per riprendere ancora nei teatri dal 1° novembre al 1° dicembre, da Trento a Sassari.
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