Il silenzio della domenica pomeriggio siciliana è stato appena polverizzato. Sono le 17.58 del 23 maggio 1992, sull’asfalto della A29, dove pochi istanti prima correva il futuro di una nazione, ora regna un’atmosfera sospesa, densa di polvere acre e fumo. Sull’asfalto c’è un cratere, le auto – che dall’aeroporto di Punta Raisi si stavano dirigendo verso il centro della città – sembrano gusci vuoti e accartocciati. Detriti e lamiere ovunque. I cartelli stradali, quelli con le scritte bianche su fondo verde che indicano Palermo e Capaci, svettano ancora incredibilmente intatti sopra il disastro, come gelidi testimoni di una strage. 500 chili di tritolo hanno provocato un’esplosione devastante e hanno ammazzato il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, magistrata anche lei, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, gli agenti di scorta. A premere il pulsante del telecomando e causare una delle più sanguinose stragi di mafia è stato Giovanni Brusca (tra i vertici del clan dei Corleonesi), appostato su una collinetta proprio affianco all’autostrada. E prima che la mafia tornasse a uccidere cinquantasette giorni dopo, ammazzando il giudice Paolo Borsellino in via D’Amelio, a Palermo, quell’attentato aveva già iniziato a svegliare le coscienze e a generare una fortissima reazione che non si è fermata alle piazze e ha raggiunto i luoghi istituzionali. Il colpo più duro alla criminalità organizzata, lo Stato lo assesta con la legge n.109 del ’96: la norma introduce il principio che i patrimoni sottratti alle organizzazioni criminali possono essere restituiti alla collettività. I mafiosi vengono così spogliati dei loro averi, simbolo di comando, supremazia e potere. Appartamenti, ville, terreni vengono sequestrati e assegnati ad associazioni e cooperative che nel sacrosanto nome della legalità promuovono attività di inclusione, reinserimento, partecipazione. È al coraggio di chi sceglie di gestire un bene confiscato, al coraggio di Stefano, di Ginevra e di Giovanni che dedichiamo lo ‘Speciale legalità alle pagine 22/25 di questo numero in cui raccontiamo le loro storie, perché la bellezza da sola non basta, ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio perché i clan potrebbero non accettare passivamente la perdita e vendicarsi, ci vuole coraggio perché il percorso burocratico non è semplice e la collaborazione tra Stato e parti sociali è fondamentale. Ci vuole coraggio a rompere il ‘welfare mafioso’ perché quando il patrimonio di un clan diventa capitale sociale avviene la sconfitta della criminalità organizzata. La legalità, come emerge da queste cronache, non è un concetto astratto ma uno spazio fisico. È un appartamento a Roma, un uliveto nel Salento, un parco agroalimentare nel Casertano. La lezione che ci arriva da questi trentaquattro anni è chiara: la mafia si sconfigge non solo con le manette, ma con la bellezza e l’utilità sociale. Restituire un bene alla collettività significa togliere l’ossigeno alla mentalità mafiosa, dimostrando che, dove prima c’era il privilegio di pochi, oggi c’è il diritto di tutti.
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