Dalla periferia est di Roma alla pianura salentina passando per l’entroterra casertano. Terreni, palazzi e ville tornano a respirare grazie all’impegno di associazioni e cittadini
Castelverde, zona Lunghezzina 1-2, periferia est di Roma. Qui, in uno dei palazzi di più recente costruzione, c’è un appartamento su due piani di 122 metri quadrati che da due anni è diventato uno spazio di aggregazione, a cui i cittadini del territorio possono accedere per studiare o per seguire un corso di cucito creativo.
Inizia da questo luogo recuperato e restituito alla comunità locale, il nostro viaggio tra alcuni beni confiscati in Italia. Un’Italia che, da Nord a Sud, amministra e gestisce circa 44mila beni immobili confiscati (dati Report Raccontiamo il bene 2026, Associazione Libera), spazi spesso poco conosciuti sia per la storia che hanno vissuto sia riguardo all’impegno di chi, ogni giorno, vi costruisce percorsi di sviluppo sociale e di legalità. Come la rete di associazioni che, da maggio 2024, ha avviato a Castelverde il progetto SPACE, Spazio di Prossimità per l’Aggregazione, la Cultura e l’Educazione, che opera in questo appartamento confiscato. «Da ciò che sappiamo, questo era un bene appartenuto a persone legate al clan dei Casamonica. L’assegnazione è nata da un passaparola partito dall’amministratore giudiziario che cercava un’associazione in zona a cui affidare il bene, anziché lasciarlo abbandonato. Così si è rivolto a Libera, loro poi si sono rivolti ad un’associazione di un quartiere qui vicino che, a loro volta, ha indicato noi – spiega Stefano De Prophetis, presidente dell’Associazione Comunità di Quartiere Villaggio Prenestino -. All’epoca, ho presentato un progetto che non coinvolge solo noi ma anche l’associazione Un Mondo nel Cuore, il Nucleo operativo Guardie rurali ausiliarie Nogra e l’associazione Noi siamo opportunità. Ci accomuna l’impegno per i giovani, così abbiamo deciso di destinare le attività prevalentemente a loro. Abbiamo iniziato a fare corsi di teatro, corsi di cucito creativo, serate di giochi da tavolo. Abbiamo anche una biblioteca con 400 libri e un’aula studio multimediale, e alcuni ragazzi stanno iniziando ad organizzare presentazioni di libri».
Un progetto in un bene avuto in gestione che è partito senza alcun sostegno finanziario pubblico, solo con l’impegno costante dei volontari e una rete di partecipazione che ha coinvolto anche realtà esterne alle associazioni assegnatarie. «C’è stato un po’ da lavorare per rendere vivibili gli spazi. Mancavano le porte, e ci hanno regalato delle porte usate. Il gruppo Risorse per Roma dava via dei computer e ne abbiamo presi tre, un quarto ce l’ha donato una persona. E poi, Ikea: sono venuti a vedere gli spazi, il progetto e hanno deciso di donare l’arredamento necessario. È stata una bella cosa perché in pochi mesi, a novembre 2024, siamo partiti con le attività – racconta con soddisfazione Stefano -. Non abbiamo preso un euro di finanziamento, ci siamo però inventati delle forme di sponsorizzazione mirata attraverso cui, ogni anno, un commerciante può finanziare un certo obiettivo, mettendo il logo sulle attività svolte. Così nell’ultimo anno abbiamo coperto i costi della connessione a internet».
Un bene confiscato che è diventato una palestra di cittadinanza attiva, che offre al territorio servizi che mancavano e che allena ognuno a prendersi cura di quegli spazi, sentendoli propri. Un bene confiscato alla criminalità dove la parola guida è sicurezza, tema che in questa periferia romana è sempre al centro di dibattiti. «La sicurezza è vivere spazi dove prima si riciclava, si faceva spaccio, e dove oggi invece organizziamo corsi, incontri gratuiti con lo psicologo», dice Stefano.
Spazi che, se riqualificati, sono capaci di diventare in certi casi realtà produttive, anche quando l’assegnazione e l’inizio della gestione avvengono dopo anni di abbandono e disfacimento di quel bene. È il caso di un terreno di 50 ettari con 12mila alberi di ulivo e una vigna nel cuore della pianura salentina in Puglia, a San Vito dei Normanni, sulla strada provinciale che porta a Latiano. Un bene immobile confiscato nel 2004 e assegnato in gestione con un bando comunale nel 2017 alla cooperativa Qualcosa di Diverso. Qui è stato avviato il progetto XFarm Agricoltura Prossima, una sfida per la cooperativa che non aveva esperienza a livello agricolo, e anche una sfida a chi ha cercato inizialmente di riappropriarsi di questo bene confiscato. «All’inizio è stata un’impresa difficile partire senza niente, senza un trattore. Ci interessava però il tema della rigenerazione territoriale e urbana – spiega Ginevra Errico, vicepresidente della cooperativa che fino al 2020 gestiva anche uno spazio culturale e sociale, ExFadda -. Dopo 13 anni di abbandono il terreno era in stato pre-desertico. E una parte veniva usata come discarica. Non è stato facile recuperare piante non potate da anni. Noi però usiamo l’azienda agricola anche come strumento di sperimentazione: qui c’è la Xilella e cerchiamo di lavorare sulla rigenerazione del terreno, più che sulla pianta. Abbiamo anche fatto una piantumazione di alberi da frutto. La nostra idea è stata subito ridare questo spazio ai cittadini, e per farlo devi renderlo bello incoraggiando le persone a venire qui e spendere del tempo».
Così, partendo da un mutuo in banca, la cooperativa ha non solo restituito questo spazio a chiunque voglia partecipare e viverlo – con eventi, laboratori di cucina, formazione e campi estivi per ragazzi -, ma ha avviato un’azienda agricola sana che produce un olio chiamato Manifesto e un vino, Brushko, con l’idea che portare in tavola un’etichetta che racconta la storia della confisca sia importante. Prossima sfida: «Far sì che un bene confiscato possa fare scuola. Ci piacerebbe aumentare la rigenerazione territoriale e dedicare una parte maggiore del progetto alla formazione», conclude Ginevra.
L’ultima tappa del nostro viaggio tra i beni confiscati è in Campania, dove si trova il bene più grande d’Italia sottratto alla camorra, La Balzana, un complesso agricolo di 200 ettari confiscato, tra gli altri, a Francesco Schiavone – detto Sandokan – del clan camorristico di Casal di Principe. Una gestione complessa che punta a realizzare un parco agroalimentare di prodotti tipici della Campania, restituendo questo grande patrimonio rurale al territorio. Un bene gestito dall’agenzia Agrorinasce, beneficiaria di un primo finanziamento pubblico di 15 milioni di euro, e un ulteriore stanziamento di due milioni e mezzo di euro.
Agrorinasce è una realtà che rappresenta un unicum in Italia, una società consortile nata nel 1998 su iniziativa del ministero dell’Interno nell’ambito di un progetto europeo di rafforzamento della legalità in aree ad alta densità criminale. «Siamo un ente strumentale dei Comuni, e adesso anche della Regione. Siamo nati con la consapevolezza che i Comuni da soli non potevano avviare processi di valorizzazione dei beni confiscati – spiega Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce, che ha sede in un bene confiscato e assegnato nel 2015, il Centro di educazione e documentazione Pio La Torre, a Santa Maria La Fossa -. Prendiamo in concessione i beni che arrivano ai Comuni soci e facciamo progetti, ricerche di finanziamento, gare per i lavori e le procedure per assegnarli. Abbiamo anche dei protocolli di legalità molto rigidi, tutto viene controllato. Quello che ci interessa poi è avere una progettualità condivisa con i soggetti gestori». Un ponte tra i sei Comuni soci, quasi tutti hanno avuto commissariamenti per infiltrazioni camorristiche, e i futuri gestori del bene, che ha portato in 28 anni all’amministrazione di 161 beni confiscati. Una guida che in altre zone d’Italia manca e che contribuisce a rendere la Campania una delle regioni con la più alta presenza di beni riutilizzati e valorizzati. La vicinanza al territorio stimola iniziative che mandano segnali positivi alla collettività. «Le inaugurazioni sono momenti importanti, perché dai un segnale di presenza. In certi Comuni piccoli, i camorristi li hai accanto e loro devono sapere che le istituzioni sono unite. E così, chi gestisce si sente tranquillo – commenta Giovanni Allucci -. I beni confiscati che funzionano sono quelli che hanno un impatto positivo sul territorio, sia sociale sia economico, ma hanno un impatto positivo anche nella prevenzione contro la criminalità. Certo, non è che scompare la camorra, ma solo in questo modo si rallenta il ricambio generazionale dei clan». Un lavoro lento, spesso invisibile, ma necessario. Simboli mafiosi che sempre più vengono sequestrati, ma per i quali iniziano a scarseggiare i fondi pubblici. Un’Italia della legalità, che è un patrimonio da custodire e sostenere.
© Riproduzione riservata
