A ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e protettore in modo particolare proprio dei commercianti, la sua figura continua a interrogarci in modo sorprendentemente attuale e profondo. Non si tratta soltanto di una ricorrenza storica, ma di un’occasione viva di riflessione sul nostro modo di stare nel mondo. Soprattutto oggi, in un’epoca frenetica, segnata da ritmi accelerati e da una comunicazione sempre più affidata a immagini rapide e spesso superficiali, Francesco ci invita a un movimento opposto: rallentare, sottrarre, andare all’essenziale. È come se ci sussurrasse che l’identità autentica non si costruisce accumulando, ma liberandosi, spogliandosi delle maschere inutili che indossiamo per abitudine o per paura. Abbiamo voluto dedicare il ‘Primo Piano’ di questo numero della nostra Rivista alla figura del Santo di Assisi proprio per questo motivo. Il 2026, anno francescano, non è infatti un semplice esercizio di memoria storica, né un omaggio devozionale a un’icona del passato da celebrare in modo rituale. È, piuttosto, un invito a rileggere la sua esperienza alla luce delle sfide contemporanee, lasciandoci provocare dalla radicalità del suo messaggio. Come sottolinea Padre Domenico Paoletti, teologo e parroco di Rivotorto ad Assisi – in una bella intervista che trovate dalla pagina 46 alla 49 -, la vicenda di Francesco non nasce da una teoria astratta o da un sistema di pensiero, ma da un incontro concreto e trasformativo: l’abbraccio al lebbroso. È un gesto semplice e insieme rivoluzionario, che segna il passaggio decisivo dalla centralità dell’io all’apertura verso l’altro. In quell’istante si compie una svolta: ciò che prima era rifiutato e temuto diventa luogo di relazione, di riconoscimento, di umanità condivisa. Da questo passaggio – dall’io all’incontro con l’altro, soprattutto con chi è più fragile e vulnerabile – nasce il cuore della rivoluzione francescana. È qui che prende forma l’idea di “cura”, intesa nel senso più ampio: cura delle paure che ci abitano, cura dell’altro nella sua concretezza, cura della natura e di tutto ciò che ci è stato affidato, non come proprietà ma come dono, anzi come realtà ricevuta “in prestito” su questa Terra. Una prospettiva che invita alla responsabilità e alla gratitudine, due dimensioni oggi spesso dimenticate. L’ecologia radicale di Francesco – che non separa l’uomo dal creato, ma li riconosce profondamente interconnessi – risuona con particolare forza in una stagione storica segnata da conflitti globali e da una crescente crisi climatica. Il suo sguardo, capace di chiamare “fratello” il sole e “sorella” l’acqua, non è poesia ingenua, ma visione profonda di un equilibrio da custodire. In questo senso, la sua testimonianza si rivela sorprendentemente moderna, quasi profetica, e continua a offrire criteri per orientarsi in un mondo che fatica a trovare un punto di equilibrio tra sviluppo e sostenibilità. La sua è, e resta, una lezione universale, capace di attraversare i secoli e di parlare a persone di ogni età e condizione. Otto secoli dopo la sua morte, il messaggio di Francesco conserva una forza straordinaria: è un messaggio che non impone, ma propone; che non giudica, ma invita a interrogarsi. E, se per i più giovani Francesco parla con il linguaggio immediato della coerenza – quella coerenza che trasforma parole come “fratellanza” e “sorellanza” in scelte concrete di vita quotidiana attraversate dalla gratitudine – per le generazioni senior il suo insegnamento assume sfumature più sottili, ma non meno incisive. Nei suoi scritti e nella sua esperienza si ritrova una sapienza preziosa: quella di non temere il passare del tempo, di accogliere l’invecchiamento non come perdita, ma come trasformazione. È una prospettiva che invita a rileggere la propria storia con uno sguardo nuovo, riconoscendo valore anche nelle fragilità e nei cambiamenti. Francesco ci consegna, in questo senso, una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria: la vita trova compimento nel dono. “Donandosi si riceve, dimenticando se stessi si ritrova se stessi”.
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