Uno studio su quasi 30mila anziani giapponesi ribalta lo stereotipo della vedova inconsolabile: i vedovi sono più a rischio di depressione, demenza e mortalità. Le vedove, al contrario, mostrano spesso un aumento del benessere e della soddisfazione di vita.
La vedovanza non è uguale per tutti
C’è uno stereotipo “duro a morire”: la vedova vestita di nero, inconsolabile, che consuma gli anni che restano nel ricordo del marito defunto. E dall’altra parte il vedovo che, passato il lutto, si rifà una vita in fretta.
Ebbene, la scienza ha appena capovolto questo schema con una ricerca pubblicata sul Journal of Affective Disorders, condotta da un team guidato dal professor Kenjiro Kawaguchi dell’Università di Chiba e da Koichiro Shiba della Boston University.
I risultati, basati sull’analisi di quasi 26.000 anziani giapponesi intervistati fotografano una realtà molto diversa dal luogo comune. Per gli uomini, perdere la moglie si configura come un autentico evento destabilizzante, con ricadute pesanti sulla salute fisica, mentale e sociale. Per le donne, invece, superata la fase acuta del dolore, emerge un quadro che i ricercatori stessi definiscono sorprendente: un incremento della felicità e della soddisfazione personale.
Vedovi: quando la perdita diventa un declino
I dati relativi agli uomini sono i più immediati e, per certi versi, i più preoccupanti. Lo studio ha rilevato nei vedovi un aumento significativo del rischio di mortalità, demenza e disabilità funzionale rispetto ai coetanei ancora in coppia. Non si tratta di sfumature: i ricercatori hanno esaminato 37 diversi esiti di salute, e il primo anno dopo la perdita della moglie emerge come il periodo più critico in cui il rischio di depressione e di morte tocca i valori più elevati.
Ma c’è un aspetto che colpisce ancora di più: i vedovi non si chiudono in casa. Al contrario, aumentano la partecipazione a eventi sociali rispetto a quando erano sposati. Eppure, parallelamente, il loro senso di isolamento cresce. Escono di più ma si sentono più soli di prima, perché viene meno quel tipo di supporto emotivo profondo che solo una relazione intima quotidiana riesce a garantire.
A questo si aggiunge un dato allarmante: lo studio registra tra i vedovi un aumento del consumo di alcol, a conferma di dinamiche di coping (un risposta allo stress, ndr.) spesso già note alla letteratura clinica ma raramente misurate con questa precisione su un campione così ampio.
Il peso invisibile che le donne smettono di portare
Le vedove raccontano una storia diversa. Superato il lutto iniziale molte donne mostrano nel tempo un aumento della soddisfazione personale e del benessere complessivo.
I ricercatori avanzano un’ipotesi che ha il sapore di un’evidenza sociologica: il sollievo dal carico di cura. In Giappone, come in molte altre culture, la moglie svolge storicamente il ruolo di principale figura di supporto per il marito; assistenza sanitaria, gestione domestica, sostegno emotivo quotidiano. Un lavoro invisibile, non retribuito e spesso non riconosciuto, che può protrarsi per decenni.
Quando il marito muore, questo carico scompare. Le donne, secondo lo studio, diventano anche meno attive fisicamente dopo la vedovanza, un dato che i ricercatori interpretano non come un peggioramento, ma come la cessazione di una corsa continua.
Smettono di essere al servizio di qualcun altro e recuperano una dimensione di autonomia che, in molti casi, non avevano mai davvero esercitato.
Il contesto della ricerca
Soprattutto, è importante inquadrare il contesto culturale: in Giappone, come in altre società, la vita degli uomini tende a ruotare intorno al lavoro e a delegare alla moglie la gestione della sfera emotiva e relazionale. Questo significa che molti uomini, nel corso della loro vita, non costruiscono reti affettive autonome, non coltivano amicizie profonde al di fuori della coppia, non sviluppano quella capacità di autogestione emotiva che invece le donne esercitano quotidianamente. Quando la moglie viene a mancare, l’uomo si trova improvvisamente privo di strumenti che non ha mai imparato a usare.
Un dato che riguarda anche l’Italia
Nel nostro Paese, secondo i dati Istat più recenti, le vedove sono circa tre volte più numerose dei vedovi: un divario che riflette sia la maggiore longevità femminile sia la tendenza degli uomini a risposarsi con maggiore frequenza dopo la perdita del coniuge.
Ma, al di là delle statistiche anagrafiche, quello che questo studio introduce è una prospettiva nuova: la vedovanza non è un’esperienza uniforme, e trattarla come tale, nelle politiche di welfare, nei servizi sociosanitari, nel supporto psicologico, rischia di lasciare senza risposta proprio chi ne ha più bisogno.
Crediti foto: AlmostViralDesign/Shutterstock.com
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