Il 22 giugno di quarant’anni fa, ai Mondiali in Messico, il “pibe de oro” siglava la rete più iconica di tutti i tempi. Un prodigio di tecnica e invenzione che portò il calcio fuori dai suoi confini
Il 22 giugno del 1986, allo Stadio Azteca di Città del Messico – gremito da oltre centomila persone -, vanno in scena i quarti di finale della XIII Coppa del Mondo di calcio. Si affrontano Argentina e Inghilterra: dopo un primo tempo incolore, la selección albiceleste in camiseta azzurra è appena passata in vantaggio grazie a un gol “di rapina” del capitano Diego Armando Maradona. Il clima è teso, l’afa e l’altura spezzano il respiro. Al minuto cinquantacinque ancora Maradona riceve palla nella trequarti di campo argentina. Gira su sé stesso, sguscia in mezzo a due uomini e si lancia in volata sulla fascia destra: gli avversari non gli stanno dietro. Un difensore tenta di sbarrargli la strada sulla trequarti inglese: saltato con un movimento verso l’interno. Un altro è superato al limite dell’area di rigore. Il portiere Shilton esce alla disperata: è aggirato con un tocco vellutato. Poi Diego deposita la palla in rete, appena prima che possa raggiungerlo, e atterrarlo, un difensore che arriva alle sue spalle.
Sessanta metri in dieci secondi, cinque avversari superati per un gol che entra istantaneamente nella leggenda. Maradona fa da solo quello che non si pensava possibile: un gol partendo da centrocampo, sfidando tutta la difesa avversaria, seminandola e andandosene, in pratica, col pallone in porta. Lo fa con grazia e agilità sublimi, saltando gli avversari come birilli, comprimari del miracolo che non possono davvero arrestarlo; lo fa ai Mondiali di calcio, davanti a centomila persone sugli spalti e a milioni che guardano in televisione; lo fa contro l’Inghilterra, che quattro anni prima ha sconfitto l’Argentina nella breve e sanguinosa guerra delle isole Falkland-Malvinas, contese tra le due Nazioni da un secolo e mezzo.
Fa quel gol anche per sé stesso, Maradona: per riscattare la furbata con cui, usando la mano invece della testa per scavalcare un portiere venti centimetri più alto di lui, ha portato in vantaggio l’Argentina. L’arbitro non ha visto il tocco di mano, facendo infuriare gli inglesi; gli stessi compagni di Diego hanno tardato ad abbracciarlo mentre lui li chiamava: “Che aspettate a venire? Se no, l’arbitro si insospettisce e fischia il fallo”. Nel dopopartita dirà che quel gol ‘dubbio’ è una vendetta e un risarcimento: non per l’Argentina, per la patria, per la dittatura militare che aveva avviato la guerra sperando di occultare le tensioni interne, ma per i quasi settecento morti argentini, ragazzi come lui, figli incolpevoli del popolo. Serve una narrativa accattivante per far digerire una rete che, fin da subito, appare viziata. Ma il secondo gol no: pura arte, quella, al di là del bene e del male. La celebra il telecronista uruguaiano Victor Hugo Morales, che racconta la partita per la radio e la televisione argentina e parla subito di “migliore giocata di tutti i tempi”.
Nel 2002 il suo giudizio sarà confermato da un sondaggio sul sito internet della FIFA, che consacra quello di Diego come “il gol del secolo”. Con una felicissima metafora Morales trasforma Maradona nel barrilete cosmico, dove barrilete è il nome con cui in Sudamerica si designa l’aquilone (emblema per eccellenza di libertà, fantasia, sogno), ma indica anche un ‘piccolo barile’ (che allude alla fisicità tarchiata e compatta di Diego), e il ‘bariletto’, il congegno dell’orologio che accumula l’energia e la trasmette agli ingranaggi. Il gol di Maradona è – come spiega nel saggio collettivo Global Maradona (Novalogos, 2023) il professore Pablo Alabarces dell’Università di Buenos Aires – uno “scoppio di felicità istantanea”: felicità corporea e irrefrenabile, che supera le parole e chiede aiuto al vocio del telecronista, a cui spetta solo scandire il tempo dell’azione. È l’apoteosi di Maradona, il ‘genio’ che spinge il linguaggio del calcio oltre i confini. Lo sportivo che si fa artista e modella un sogno vivo, mobile, concreto. L’eroe che, con coraggio “fresco e povero”, esplora l’eccesso.
Dopo verranno i successi nell’altra sua patria, Napoli, due scudetti in barba agli squadroni del Nord d’Italia; e poi lo smascheramento del terribile segreto, la dipendenza dalla cocaina, che lo accompagna fin dai primi anni Ottanta e determina la sua squalifica nel campionato italiano. Verrà il crepuscolo sportivo, anni segnati da rientri, intemperanze e nuove squalifiche, e quello umano: ricoveri, morti sfiorate e resurrezioni rocambolesche, battaglie legali, eccessi più o meno dignitosamente cavalcati in nome della veracità. Fino all’epilogo – “triste, solitario e finale” – il 25 novembre 2020, in un residence alla periferia di Buenos Aires, dopo un’operazione al cervello.
Ma il Maradona del 1986 ha fatto un patto col destino. Il 25 giugno spazzerà via il Belgio con una doppietta. Al minuto ottantaquattro della finale contro la Germania Ovest, 29 giugno, e due a due fino a quel momento, prende di nuovo palla sulla trequarti argentina. Due, tre tedeschi su di lui: con una veronica ne aggira la marcatura asfissiante e non va, stavolta; lancia il pallone attraverso un varco minuscolo in una prateria aperta per Burruchaga, l’ala destra, che galoppa veloce e tira al momento giusto segnando il gol della vittoria. Maradona individualista e fromboliere diventa Maradona condottiero, che si sacrifica e rinuncia alla ribalta per il bene comune. Per l’Argentina che si riassesta dopo il buio della dittatura, per lo sport che cerca gesti di perfezione, simboli di una bellezza più profonda, il “pibe de oro” è come un impeto di vento che solleva un aquilone, la luce di una cometa che passa rapida e cambia il gioco per sempre.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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