In Alto Garda si sperimenta il modello di convivenza che trasforma l’anzianità da margine di solitudine a risorsa comunitaria
Nel cuore del Trentino, dove le montagne digradano verso le sponde del lago, si sperimenta un modo nuovo di pensare l’anzianità. Non in una classica struttura assistenziale, ma piuttosto in uno spazio dove le persone avanti negli anni mantengono la propria libertà, condividendo con altri una visione della vita solidale. Si chiama cohousing, oggi se ne parla giustamente molto perché tocca corde profonde della nostra società. La Comunità dell’Alto Garda e Ledro, insieme all’amministrazione provinciale e al Comune di Dro, ha deciso di investire su questo modello abitativo innovativo. A gestirlo sarà la Residenza Molino, in collaborazione con la cooperativa Arcobaleno. Non si tratta di una sperimentazione improvvisata: il finanziamento arriva dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, il che significa che qualcuno ha visto in questa idea una prospettiva concreta per il futuro.
Quando l’abitare diventa un atto di comunità
Il valore del cohousing sta nel fatto che rovescia la logica della solitudine urbana contemporanea. Sempre più persone oltre i sessantacinque anni si ritrovano a gestire la quotidianità da sole, magari in una casa troppo grande, con una famiglia lontana. Non necessitano dell’assistenza sanitaria costante, eppure la fragilità avanza. È qui che emerge la forza del progetto. A Dro troveranno posto nove unità abitative: tre appartamenti e sei stanze. Ogni anziano conserva il proprio spazio, la propria intimità, ma con una rete di servizi e soprattutto di relazioni attorno. È una distinzione cruciale, spesso sfumata nei dibattiti pubblici. Gli spazi comuni diventano il cuore del progetto: qui si condividono le colazioni, ci si incontra per una partita a carte, si organizzano attività. È la comunità che torna a respirare sotto lo stesso tetto. L’assessore provinciale Mario Tonina, durante la presentazione, lo ha definito “una visione innovativa per l’intera comunità dell’Alto Garda e Ledro, configurandosi come un vero e proprio laboratorio sperimentale”.
La struttura tariffaria
Il modello di cohousing di Dro accoglierà persone con almeno sessantacinque anni, residenti nell’area. Le richieste partiranno da maggio e verranno valutate secondo una graduatoria basata su indicatori sociali e sanitari. La Comunità dell’Alto Garda e Ledro ha previsto che le domande potranno essere presentate continuamente durante l’anno, senza finestre temporali. I costi sono calibrati per essere accessibili. Una stanza costa 975 euro al mese tutto incluso: riscaldamento, energia, servizio di pulizia, accesso agli spazi comuni, attività di animazione, perfino la reperibilità h24 per contattare il medico. Gli appartamenti indipendenti scendono a 830 euro mensili, con possibilità di aggiungere servizi. Per le coppie di anziani che decidono di condividere un appartamento, la tariffa sale a 1200 euro, ma divisa per due. La filosofia del cohousing è di rendere sostenibili i servizi senza lasciar fuori chi non ha grandi disponibilità economiche. Nella retta è incluso tutto ciò che serve per una vita dignitosa: le utenze, la manutenzione, i rifiuti, il wi-fi e il canone televisivo. Se poi qualcuno desidera servizi aggiuntivi, dal barbiere all’estetica, dalla lavanderia alla ristorazione negli appartamenti, sono disponibili a costi determinati di anno in anno.
Oltre l’assistenza: la dimensione relazionale
Quello che rende veramente interessante questo modello non è solo l’organizzazione logistica, bensì il cambio di paradigma rispetto all’invecchiamento. Un’intera generazione, quella che ha costruito il benessere contemporaneo, sta arrivando a un punto della vita dove la solitudine rischia di prevalere sulla dignità. Il cohousing può evitare che accada. La Comunità ha anche previsto servizi aggiuntivi a domanda: assistenza sanitaria domiciliare, supporto per l’igiene personale, servizio di lavanderia. Ma quello che farà veramente la differenza è la possibilità di condividere la cena con vicini che hanno esperienze simili, di avere spazi per la memoria. È, in una parola, il recupero della comunità come fatto concreto e non come slogan politico. L’amministrazione provinciale, il Comune di Dro e la Residenza Molino hanno capito che la sfida demografica non si risolve costruendo più posti letto in strutture impersonali, ma ripensando il modello abitativo e di cura. Il cohousing intergenerazionale non è una soluzione definitiva, naturalmente, ma è un passo importante in quella direzione.
Una prospettiva che guarda avanti
Gli attori coinvolti nel progetto di Dro stanno già lavorando a una co-programmazione più ampia, che coinvolge anche le Giudicarie e che avrà conclusioni previste per giugno. L’obiettivo è rileggere i bisogni reali delle famiglie con anziani e ripensare le risposte domiciliari in modo che siano sempre in sintonia con i cambiamenti sociali. Non è una novità che i caregiver, spesso familiari che si prosciugano emotivamente assistendo i propri cari, siano riconosciuti finalmente come parte integrante del sistema di cura e non come una risorsa invisibile da sfruttare. Il cohousing intergenerazionale di Dro rappresenta, quindi, un segnale di speranza in un contesto dove gli anziani sono spesso vittime di marginalizzazione o di un’istituzionalizzazione che snatura la loro autonomia. Qui, invece, il ripensamento dell’abitare consapevole diventa una leva per riconfigurare interi territori. Se il progetto funzionerà come promesso, non sorprenderebbe veder nascere iniziative simili in altre zone del Trentino e, chissà, anche oltre i confini provinciali.
Credit foto: Wirestock Creators/Shutterstock.com
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