Il direttore dell’Oms lancia l’allarme: in alcune zone dell’Iran è già caduta pioggia mista a petrolio. Gli esperti italiani della Sima spiegano i rischi per la salute, dal particolato fine agli idrocarburi cancerogeni.
Incendi senza precedenti sulle raffinerie di Teheran
Nelle prime ore dello scorso 8 marzo, una densa nube nera ha oscurato il cielo di Teheran. Gli attacchi statunitensi e israeliani contro depositi e raffinerie di petrolio nell’area della capitale. Tra questi, quelli nelle zone di Kuhak e Shahran e nella vicina città di Karaj, hanno innescato incendi di proporzioni enormi, con colonne di fumo visibili a decine di chilometri di distanza.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbero stati colpiti almeno trenta depositi di carburante. La televisione di Stato iraniana ha confermato almeno quattro morti. La Protezione Civile iraniana ha subito invitato la popolazione a restare in casa, mentre la Mezzaluna Rossa ha diramato un’allerta ambientale ufficiale per l’impennata dei livelli di inquinamento nell’area metropolitana. Non solo fumo: nelle ore successive agli attacchi, su alcune zone della città è caduta una pioggia di colore scuro, visibilmente contaminata da residui di combustione.
L’Oms: “Pioggia mista a petrolio, a rischio cibo e acqua”
L’allarme più grave è arrivato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha comunicato attraverso un post su X che in alcune aree dell’Iran è stata segnalata persino “pioggia mista a petrolio”. Ghebreyesus ha avvertito che i danni alle infrastrutture petrolifere rischiano di contaminare non solo l’aria, ma anche l’acqua potabile e le filiere alimentari, con potenziali conseguenze gravissime per la salute pubblica. Le fasce della popolazione più esposte, ha precisato, sono quelle tradizionalmente più vulnerabili: bambini, anziani e persone con malattie pregresse.
Un quadro sanitario che, nelle parole del responsabile dell’agenzia Onu, richiede un monitoraggio urgente e continuativo.
Cosa contengono quelle nubi nere
A fare chiarezza sulle implicazioni sanitarie è stata la Sima, Società Italiana di Medicina Ambientale.
>Alessandro Miani, presidente dell’associazione, ha dettagliato la composizione delle nubi generate da questi incendi: particolato fine Pm2.5, fuliggine, anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio, composti organici volatili e idrocarburi policiclici aromatici. Sostanze che la letteratura scientifica classifica come irritanti respiratori e potenzialmente tossiche.
I rischi principali, ha spiegato Miani, riguardano irritazione agli occhi e alle vie respiratorie, tosse, difficoltà respiratoria e peggioramento di patologie come l’asma e la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Non solo: l’esposizione prolungata a particolato fine e gas irritanti aumenta anche il rischio cardiovascolare, specialmente nelle persone vulnerabili.
Sul tema delle piogge acide, la risposta degli esperti è articolata. La combustione massiccia di petrolio libera nell’atmosfera anidride solforosa e ossidi di azoto che, reagendo con il vapore acqueo, formano acido solforico e nitrico. I responsabili della cosiddetta “deposizione acida”. Tuttavia, la Sima precisa che l’effetto più immediato e pericoloso per la salute non è la pioggia in sé, bensì l’inalazione diretta degli inquinanti generati dalla combustione.
Il precedente del Kuwait nel 1991
Non è la prima volta nella storia recente che si verifica un evento di questo tipo. Miani ricorda il caso documentato più grave: gli incendi dei pozzi petroliferi del Kuwait nel 1991, durante la Guerra del Golfo.
In quell’occasione oltre 600 pozzi furono deliberatamente incendiati, e per mesi enormi quantità di fuliggine, diossido di zolfo e particolato si dispersero nell’atmosfera. Fu uno degli episodi di inquinamento da combustione di idrocarburi più gravi mai registrati nella storia moderna, con effetti sanitari che interessarono un’area geografica vastissima e che gli studiosi documentarono per anni.
L’Europa è al sicuro? Dipende
Una domanda che circola con insistenza è se gli effetti di questi incendi possano raggiungere anche il continente europeo. La risposta degli esperti non è categorica. “In linea teorica – spiega Miani – gli aerosol e le particelle fini possono essere trasportati per lunghe distanze dalle correnti atmosferiche. Perché si verifichi però un impatto sanitario significativo in Europa, sarebbero necessari incendi molto estesi e persistenti, combinati con condizioni meteorologiche favorevoli al trasporto verso ovest”.
Ad ora, la Sima ritiene che l’Europa sia ancora al riparo, ma che la situazione vada seguita tramite modelli atmosferici e monitoraggi in tempo reale. Nel frattempo, per la popolazione iraniana, i medici raccomandano di restare in ambienti chiusi, limitare l’attività fisica all’aperto e, se necessario uscire, indossare mascherine filtranti Ffp2 o N95.
© Riproduzione riservata
