Dalle squalifiche ingiuste ai rifiuti degli organizzatori francesi, Maria Teresa De Filippis ha corso contro il tempo e contro i pregiudizi di un’epoca che voleva le donne solo “madri e massaie”. La straordinaria avventura di una pioniera della Formula Uno che ha sfidato gli assi del volante
«Affrontare il rischio richiede una certa incoscienza. Una specie di infanzia: la scarsa dimestichezza col peso della vita, con la morte. Non devi pensarci, in buona sostanza». Con queste parole, nell’estate del 1959, Maria Teresa De Filippis provava a spiegare l’improvvisa decisione di lasciare la Formula Uno. Il 1° agosto, sulla pista dell’Avus vicino a Berlino, l’amico pilota francese Jean Behra aveva perso la vita alla guida della Porsche che lui stesso aveva fatto costruire per le misure del ‘pilotino’. Il pilotino era Maria Teresa, un metro e sessanta di talento, nervi e spirito indomito, e alla guida della macchina, quel giorno, avrebbe dovuto esserci lei. Si era rifiutata per protesta contro il trattamento ricevuto a Montecarlo, dove un mese prima era riuscita a qualificarsi per la gara, ma al momento di partire gli organizzatori l’avevano bloccata con la scusa che il suo risultato di qualifica era stato ottenuto fuori tempo massimo. Solo perché era una donna, sosteneva lei: l’unica a correre in Formula Uno, e per giunta bene, col rischio di ferire l’ego di tanti uomini che temevano il confronto. Aveva debuttato l’anno precedente, al volante di una Maserati acquistata personalmente, senza sostegno di scuderie e sponsor. La Maserati, in difficoltà finanziarie, le fornì la vettura confidando nella ricaduta pubblicitaria: una donna pilota, talentuosa e affascinante, che sceglieva la Casa del Tridente per affrontare la sua nuova avventura sportiva era un simbolo potente e ‘moderno’. Maria Teresa debuttò al Gran Premio di Siracusa, arrivando quinta, ma la gara non era valida per il campionato mondiale di Formula Uno. Disputò quattro gare valide, arrivando decima in Portogallo e fermandosi a sei giri dalla fine a Monza, per una rottura del motore quando era in quinta posizione. In Francia non le fu concesso di correre: una pilota transalpina era da poco morta nella 12 Ore di Reims e gli organizzatori ritennero più prudente bandire il “gentil sesso” con lo slogan “in Francia le donne di talento nascono, non muoiono”. Poco male per uno spirito indomito come Maria Teresa, abituata a sfidare una società in cui le donne erano ancora largamente viste come madri di famiglia e brave massaie, di certo inadatte a cimentarsi in uno sport estremo come l’automobilismo. Al ‘pilotino’ De Filippis – sorriso smagliante, lunghi capelli raccolti sotto un foulard, occhi vivi nascosti dietro gli occhialoni da gara – spettarono a lungo gli aggettivi di circostanza riservati alle poche signore che osavano contrapporsi ai mascolini “assi del volante”. ‘Gentile’, ‘audace’, ‘intrepida’, ‘testolina assennata’, capace di difendersi “con molto onore”: un campionario di formule che denotavano stupore quando non proprio sufficienza paternalistica. Solo che Maria Teresa De Filippis audace, e brava, lo era per davvero: ‘fenomenale’, come la stampa fu costretta ad ammettere. Nata a Napoli nel 1926, ultima figlia del conte Franz, proprietario di un’azienda elettrica che distribuiva energia per l’irrigazione nell’intera Campania, aveva disputato la sua prima corsa a cinque anni e conquistato a otto la prima vittoria. Tra i professionisti debuttò al Giro di Sicilia del 1948, in coppia col fratello, ritirandosi per un problema meccanico quando era nelle prime posizioni. Dopo un breve apprendistato nella classe turistica, passò alla categoria Sport, subito classificandosi seconda nella prestigiosa Targa Vesuvio. Nel 1950 compì l’impresa forse più emblematica della sua carriera. Al volante di una Urania-BMW spider partecipò al decimo Giro di Sicilia: ebbe problemi al via, la sua auto fu messa in moto a spinta, ma poi, dopo undici ore di corsa sotto la pioggia, arrivò quarta. Al traguardo, un enorme mazzo di fiori in braccio, fu addirittura portata in trionfo. Solo per ricevere, poco dopo, la notizia che era stata squalificata a causa della partenza irregolare. Il comportamento della direzione di gara fece infuriare anche Tazio Nuvolari, che reputò una follia farla correre per più di mille chilometri in condizioni atmosferiche proibitive solo per darle il benservito dopo la bandiera a scacchi. La decisione nascondeva un evidente opportunismo: la presenza in gara di Maria Teresa – abilissima ‘chimera’ – era diventata un motivo di interesse verso qualunque competizione. Negli anni successivi la pilota napoletana scalò le categorie delle vetture sportive, passando dalla cilindrata 750 alla cilindrata 1100 e infine alla 2000, classificandosi terza e seconda nei campionati italiani relativi alle due ultime classi. Poi la Formula Uno, giunse dove nessuna donna era mai arrivata prima; e lì, quasi per contrappasso, la velocità le mostrò il suo risvolto tragico. Uno dopo l’altro l’asfalto inghiottì l’aristocratico spagnolo Alfonso de Portago, Luigi Musso dagli occhi azzurri, che era stato per anni suo compagno di vita, e infine l’amico Behra. Maria Teresa disse basta: «La morte non deve far parte dell’orizzonte di un pilota», pare spiegasse a un giornalista. «Ma poi la morte arriva, si insinua, specie se sfidi il tempo a duecento all’ora; si porta via amici, sorrisi, spensieratezza, incoscienza. Arriva il momento in cui ti fermi e pensi che il prossimo potresti essere tu. E quella è la fine del gioco». Scelse di vivere a lungo, Maria Teresa, dentro un orizzonte più vasto e quieto, fino al 2016. Scelse un altro coraggio, quello non trascurabile di riconoscere che la vita è più grande di qualsiasi vittoria in pista.
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