Il 25 giugno del 1876 il Settimo Cavalleggeri del generale Custer fu annientato dai nativi americani che difendevano le proprie terre. L’unico superstite si chiamava in realtà Giovanni Martini, era emigrato dall’Italia solo tre anni prima
Un uomo e un cavallo. È quanto rimase del Settimo Cavalleggeri dell’esercito statunitense a Little Big Horn, il 25 giugno del 1876. Sulle sponde di un fiumiciattolo del Montana, in appena mezz’ora di furiosi combattimenti, persero la vita 268 soldati, compreso il tenente colonnello (già generale, durante la Guerra Civile) George Armstrong Custer, che li guidava. Si erano lanciati in una temeraria spedizione di conquista nella regione delle “Colline Nere”, tra Sud Dakota e Wyoming, nel nord-ovest degli Stati Uniti: un’area considerata sacra dalle tribù indiane della zona, ambita dal governo federale per la possibile presenza di miniere d’oro. Fallito ogni tentativo di accordo, il governo decise di agire con la forza inviando l’esercito a occupare la regione e disperdere i nativi. Custer comandava la spedizione, ma spinse i suoi soldati oltre i confini sicuri: una lega di tribù indiane, più uomini di quanti le pallottole del battaglione potessero abbatterne, li circondò e non ebbero scampo. Con le uniche eccezioni di un uomo e di un cavallo. Il cavallo si chiamava Comanche e apparteneva al capitano Keogh, sottoposto di Custer. Pur ferito da frecce e pallottole, l’animale sopravvisse incredibilmente alla furia dello scontro e fu trattato come un eroe. Nessuno poté più montarlo e dopo la sua morte, a 29 anni nel 1891, venne imbalsamato. Oggi è esposto in una teca a umidità controllata, nel Museo di Storia Naturale dell’Università del Kansas, a Lawrence. Quanto all’uomo, era il trombettiere mandato da Custer a chiedere rinforzi, con un biglietto in realtà piuttosto ambiguo. I rinforzi, in effetti, tardarono a capire la destinazione e arrivarono quando il breve e sanguinoso scontro tra il Settimo Cavalleggeri e i nativi si era già concluso. Trovarono solo i cadaveri dei soldati e un cavallo che nitriva spaventato. John Martin, questo il nome del trombettiere, non rivide mai più Custer vivo. Non era il primo evento rocambolesco della sua vita, peraltro, e forse nemmeno il più tragico. John Martin si chiamava in realtà Giovanni Crisostomo Martini ed era arrivato negli Stati Uniti solo tre anni prima, proveniente dall’Italia. Era nato il 28 gennaio del 1852 a Sala Consilina, in Campania: trovato nella cosiddetta “ruota dei projetti”, tra i bambini abbandonati, fu registrato dal sindaco del paese col nome del santo che si festeggiava quel giorno. Fu allevato dalla famiglia della “balia comunale”, Maria Teresa Botta, e dovette presto trovarsi una strada. Scelse quella del servizio militare: si arruolò giovanissimo e già nel 1866 era tamburino tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, secondo quanto dichiarò dopo Little Big Horn senza il conforto di documenti ufficiali. Nel 1873 attraversò l’oceano su un veliero scozzese e giunse a New York per tentare la fortuna. Cambiò il nome ma finì per tornare sotto le armi, arruolandosi nell’esercito americano e trovandosi assegnato come trombettiere al Settimo Cavalleggeri di Custer. Uno e sessantotto, occhi castani, capelli neri e carnagione scura, la mascella squadrata e i grandi baffi che gli conferivano autorevolezza: dopo l’eccidio del 1876 divenne una celebrità, intervistato dai giornali di tutto il Paese e torchiato dalla commissione che cercò di fare luce sulle cause della tragica disfatta. Da buon “musicista”, come recitava il certificato di arruolamento, non aveva sparato un colpo, ma si ritrovò ad essere il simbolo vivente di una triste epopea: l’unico destinatario degli abbracci e degli onori che il popolo americano avrebbe voluto tributare a Custer e ai suoi nuovi “martiri delle Termopili”. Con la non trascurabile differenza, emersa sempre più in un’epoca di revisione della storiografia ufficiale, che Custer e il Settimo Cavalleggeri non si difendevano da un’invasione ma provavano ad occupare, con evidente avventatezza, terre abitate per secoli dai nativi. John Martin cavalcò l’onda, come aveva cavalcato il suo baio in cerca di rinforzi, con l’idea che la fortuna gli dovesse qualcosa e stesse magari saldando il conto. Nel 1879 sposò una ragazza di origine irlandese, la diciannovenne Julia Higgins, da cui ebbe otto figli. Il primogenito fu battezzato George in onore del generale Custer. Dopo aver partecipato alla guerra ispano-americana del 1898, si congedò dall’esercito col grado di primo sergente maggiore e si dedicò a gestire uno spaccio nei pressi di un forte militare. Con l’affievolirsi della fama, piombò nello spaesamento che affligge tutti gli sradicati e gli eroi per un giorno. O forse ebbe solo la tranquillità che in fondo cercava. Nel 1906 si separò dalla moglie e si trasferì a vivere a Brooklyn da una figlia, reinventandosi bigliettaio della metropolitana di New York. Morì in circostanze rocambolesche, neanche a dirlo, investito da un camion il 27 dicembre del 1922. Riposa nel cimitero nazionale di Cypress Hill a Brooklyn, sotto una lapide fregiata che lo ricorda come il portatore dell’ultimo messaggio di Custer. Uguale a tutti gli altri per natura, diverso per caso, promosso alla gloria dalla fortuna di essere “l’unico superstite”.
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