Un’indagine svela come con il passare degli anni faccia più paura la perdita dell’immagine che la solitudine. Per l’80%, infatti, l’amore non ha età
Come Dorian Grey, il protagonista dell’omonimo romanzo di Oscar Wilde, gli italiani invecchiandosi non si piacciono più allo specchio. Ma non si tratta solo di estetica. Lo sostiene una ricerca dell’Università Cattolica di Cremona che traccia una fotografia articolata di come il paese percepisce l’invecchiamento, rivelando come molti dei pregiudizi tradizionali stiano cedendo il passo a visioni più complesse. Il 50% degli intervistati vive con angoscia l’idea di perdere la propria attrattività fisica con l’avanzare dell’età: una percentuale che svela il dominio dell’edonismo nella società attuale. Subito dopo, però, non c’è la paura di restare soli, ma quella di diventare invisibili: quasi 5 persone su 10, infatti, hanno il terrore di non sentirsi più utili. È il segno di una società in cui il valore della persona coincide con la sua funzione produttiva o estetica.
A che età si diventa anziani oggi
Per gli italiani la vecchiaia è un ingresso che slitta sempre più in là, collocato in media attorno ai 71 anni. Ben oltre la soglia della pensione, quindi. Questo testimonia un cambiamento di pensiero di fondo: ci si sente attivi e partecipi molto più a lungo, in linea con l’allungarsi della vita. “Diventare anziani” non coincide più con il ritiro dal lavoro, ma con una soglia simbolica che si materializza solo al percepito, e temuto, calo dell’autonomia. L’indagine scatta una fotografia meno stigmatizzata rispetto al passato, ma ancorata a uno schema di vulnerabilità e perdita, più che di maturità o saggezza.
Donne e uomini: due modi diversi di vivere l’età che avanza
Scavando tra le pieghe dei dati, la mappa delle fragilità mostra differenze di genere. Il timore di perdere la rilevanza sociale pesa soprattutto sull’universo femminile: il 51% delle donne si dice infastidito all’idea di non sentirsi più utile. Una quota che scende al 43% quando si ascoltano gli uomini. Ancora più netta è la distanza sulla sensazione di fallimento rispetto ai traguardi imposti dalla società: il 35% delle donne ne è angosciato, contro il 25% degli uomini. Per loro, il cruccio non è aver perso la giovinezza, ma il timore di non veder più riconosciute le proprie capacità.
L’ansia da prestazione dei giovani
Per i giovanissimi, tra i 18 e i 34 anni, l’angoscia è proiettata in avanti: il 52% teme di non riuscire a spuntare tutte le caselle del “dover essere”, un’ansia da prestazione che flette quando si superano i 55 anni, attestandosi al 30%. La generazione di mezzo, invece, è la più esposta al giudizio del mondo. Il timore di essere percepiti come meno attraenti è una spina nel fianco di chi vive la fase adulta piena. Gli over 55 mostrano una sensibilità superiore alla media proprio sul tema dell’utilità. In 52 su 100 hanno paura di non essere più d’aiuto, di veder appassire il proprio ruolo nel gioco della collettività.
La voglia di futuro in due
Nelle fasi della vita più mature c’è una voglia tenace di continuità che rifiuta l’idea del pensionamento emotivo. Il 90% del campione è infatti convinto che anche in età avanzata si possano vivere esperienze emozionanti. L’84% sottolinea l’importanza di continuare a fare progetti, di non smettere di piantare alberi. E l’80% crede che ci si possa innamorare a qualsiasi età, demolendo luoghi comuni e tabù sulla fine della vita sessuale e sentimentale col passare degli anni. Accanto a questa vitalità, si registra un riequilibrio verso gli affetti: per il 69% i rapporti familiari diventano il porto sicuro della maturità.
Il lavoro come identità
La vera identità, però, ruota ancora attorno al lavoro. Non più inteso solo come stipendio a fine mese, ma come bussola esistenziale. Il 64% degli italiani ritiene che lavorare possa continuare a dare significato alla vita ben oltre i limiti della pensione. C’è la consapevolezza che il patrimonio di esperienza accumulato sia oro da non disperdere: il 62% vorrebbe che i professionisti più qualificati continuassero a contribuire. L’impegno professionale viene percepito non solo come attività economica, ma anche come spazio di realizzazione personale e partecipazione alla vita collettiva.
Contare ancora qualcosa
In definitiva, nel rapporto tra gli italiani e la vecchiaia, l’indagine evidenzia il bisogno di riconoscimento sociale. Mentre il 94% degli intervistati dichiara che si può e si deve continuare a imparare a ogni età, e il 71% afferma che essere giovani o vecchi dipende più dalla testa che dall’anagrafe, resta il nodo della rappresentazione. Il conflitto che emerge parlando di italiani e la vecchiaia è proprio questo: tra il sentirsi ancora capaci di tutto e la società che sembra iniziare a non vederti più. La vera sfida sarà rendere quella del settantenne di domani non un’età di perdita, ma una stagione di autenticità.
Credit foto: Maximillian cabinet/Shutterstock.com
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