La resilienza comunitaria nata dal patto tra Stato, Regione e amministrazioni locali dopo il terremoto del 1976 rimane ancora attuale
Quel 6 maggio 1976, poco dopo le nove di sera, in Friuli-Venezia Giulia la terra iniziò a tremare. Una scossa di magnitudo 6,5 colpì un’area di più di centotrentasette comuni sparsi tra le province di Udine e Pordenone. Fu il preludio a una stagione sismica: altre scosse seguirono a settembre, aggravando i danni su un territorio ormai martoriato. Il bilancio fu di quasi mille vittime, migliaia di feriti, settantamila persone rimaste senza casa. Interi paesi erano stati spazzati via dalla mappa, centri come Gemona e Venzone ridotti a macerie. Ma dalla devastazione emerse un modo nuovo di pensare: la ricostruzione che sarebbe passata alla storia come il ‘modello Friuli’. Non si trattò solo di ricostruire case, ma di ricucire un tessuto sociale e identitario che il sisma aveva lacerato. La vera forza dell’idea fu un’intuizione politica e umana: ridare potere e fiducia alle comunità locali.
Una scelta politica coraggiosa
Quello che accadde nei giorni immediatamente successivi al sisma fu una sorta di ‘miracolo amministrativo’. Il primo ministro Aldo Moro firmò un decreto-legge già il 7 maggio che dava alle amministrazioni locali e alla regione il potere di decidere come ricostruire. Lo Stato forniva i soldi, i controlli, la cornice normativa; ma erano i sindaci dei centri colpiti, i presidenti regionali, gli ingegneri e i tecnici locali a guidare effettivamente l’opera di rigenerazione. Questo patto tra Stato, Regione e Comuni rappresentava un cambio di paradigma rispetto alle pratiche centraliste allora prevalenti. Antonio Comelli, presidente della Regione, e figure come Emanuele Chiavola, ingegnere coordinatore della ricostruzione, furono tra gli artefici e gli attuatori della trasformazione. Il coinvolgimento di Confindustria, la visita di Gianni Agnelli che assicurava prestiti a tasso zero, l’impegno dei sindaci e persino dei parroci trasformò la ricostruzione in un laboratorio straordinario di coesione sociale.
Ricostruire mantenendo l’anima
Il modello Friuli voleva ricostruire “dov’era e com’era” per preservare l’identità dei luoghi e delle comunità. I comuni distrutti non vennero abbandonati a favore di nuove città costruite altrove, come era accaduto in Sicilia dopo il terremoto del Belice. Qui, i paesi vennero rimessi in piedi proprio dove erano crollati. Per accelerare questo processo, il modello ricorreva a una soluzione innovativa: costruire villaggi provvisori per gli abitanti mentre i vecchi edifici venivano ricostruiti con le nuove tecniche antisismiche. Le innovazioni tecniche applicate agli edifici in muratura rappresentavano il lato scientifico della ricostruzione. Non si riparavano più solo i danni ma si mettevano a frutto le lezioni apprese dal terremoto per costruire strutture più resistenti. Questa attenzione al “come” ricostruire si accompagnava a un’altrettanta attenzione al “dove”. Ogni pietra doteva portare un numero, ogni strada doteva tornare dov’era, ogni piazza ritrovava la sua funzione sociale.
L’economia che riparte dalle fondamenta
Quello che distingue il modello Friuli da altri interventi di ricostruzione post-catastrofica è la capacità di rimettere in moto l’economia locale. Non si pensò solo alle case e alle piazze, ma alle fabbriche, alle aziende, ai posti di lavoro. Tre giorni dopo la scossa, era già stata lanciata una sottoscrizione tra le industrie locali che raccoglieva più di tre miliardi e mezzo di lire. Questi fondi andavano a strutture di emergenza, alloggi per i lavoratori, infrastrutture critiche. Ma non era carità: era investimento nel futuro. Le imprese edili si consorziano nel Corif, diventando interlocutore unico con la pubblica amministrazione. Banche e sindacati siglano accordi per facilitare il rimpiego. In poco più di un anno, l’apparato produttivo era praticamente tornato operativo. Entro la fine del 1978, non soltanto i posti di lavoro persi erano stati recuperati, ma se ne erano creati di nuovi: quasi duemila posti di lavoro in più nelle zone terremotate. Tra il 1971 e il 1981, le unità industriali in provincia di Udine crebbero del 44,7%, mentre gli addetti aumentarono del 26,7%. Una crescita trainata proprio dalle aree che avevano subìto il maggiore danno.
Perché il modello non si è replicato
Tuttavia, quello che potrebbe sembrare una ricetta universale rimase confinato al Friuli-Venezia Giulia. Quando il terremoto dell’Irpinia colpì la Campania nel 1980, appena quattro anni dopo, il governo italiano non replicò la formula friulana. Anzi, prese esattamente la direzione opposta: nonostante i primi passi con il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, la ricostruzione irpina finì in mano al centralismo statale. I sindaci videro le loro prerogative ridursi, la burocrazia centrale prese il sopravvento, e quello che doveva durare pochi anni si trascinò oltre tre decenni. Lo stesso accadde con il terremoto dell’Aquila del 2009 e con le scosse del Centro Italia del 2016. In entrambi i casi, la governance venne accentrata su commissari nominati dal governo nazionale, la sussidiarietà scomparve, e il coinvolgimento dal basso delle comunità locali rimase sulla carta.
Una lezione ancora attuale
Il modello Friuli non va accantonato e non è un esempio replicabile solo in caso di terremoti. La sua essenza non sta nei tecnicismi costruttivi, ma nella capacità di costruire alleanze tra la popolazione, le competenze locali e la volontà politica di rinnovarsi. Quello che rende difficile replicare il modello oggi non è la sua efficacia – peraltro comprovata dai fatti – ma l’assenza di quella “fermezza” territoriale che caratterizzava il Friuli del 1976. Il centralismo istituzionale ha ripreso il sopravvento, e con ciò la convinzione che sia lo Stato centrale, e non le comunità locali, a dovere guidare la ricostruzione. Il terremoto che colpì il Friuli cinquant’anni fa insegna ancora oggi che la vera risorsa di una comunità è la capacità di autorganizzarsi, di delegare responsabilità a chi conosce realmente il territorio e può agire con rapidità. Il modello Friuli rimane il monumento vivente di questa lezione.
(foto: Gemona, centro storico)
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