Non solo sopravvivenza del più adatto. Un nuovo studio suggerisce che dietro l’eredità neandertaliana nel nostro DNA ci sia una precisa preferenza di coppia
Oggi sappiamo che l’eredità neandertaliana è presente in molti di noi: chi ha origini non africane porta ancora con sé, in media, tra l’1 e il 2% di geni appartenuti a Homo neanderthalensis. Un dato che da solo basterebbe ad accendere la curiosità, ma che rappresenta solo la superficie di un enigma genetico ben più affascinante. Gli scienziati hanno infatti osservato per anni che questo antico contributo non si distribuisce uniformemente lungo il nostro genoma.
Ci sono regioni completamente spoglie di tali sequenze, veri e propri silenzi ereditari che hanno a lungo interrogato i ricercatori. Il punto più enigmatico è sempre stato il cromosoma X, laddove ci si aspetterebbe di trovare tracce più consistenti di un passato condiviso. Fino a oggi, la spiegazione più comune chiamava in causa la selezione naturale, immaginando una lenta ma inesorabile eliminazione dei tratti meno compatibili con la nostra specie. Ma uno studio su Science propone una lettura diversa e per certi versi più poetica di questo vuoto genetico.
Perché la selezione naturale non spiega l’incrocio
L’ipotesi che sia stata soltanto la selezione naturale a ripulire il nostro genoma dalle tracce neandertaliane non ha mai convinto del tutto Alexander Platt, genetista evoluzionista dell’Università della Pennsylvania. Platt ha deciso di affrontare la questione partendo da una prospettiva inedita: invece di guardare solo il nostro DNA, ha analizzato quello di tre Neanderthal, confrontandolo con genomi di attuali popolazioni africane, mai entrate in contatto con loro. Quello che è emerso ha ribaltato lo schema di partenza. I cromosomi X dei Neanderthal non apparivano affatto intonsi, come ci si potrebbe aspettare se l’incrocio tra Neanderthal e Sapiens fosse stato raro e casuale.
Al contrario, contenevano una quantità sorprendentemente alta di DNA ascrivibile a Homo sapiens, superiore di circa il 60% rispetto a quanto rilevato negli altri cromosomi non sessuali. Questo dato ha immediatamente suggerito ai ricercatori che il flusso genico tra i due gruppi non fosse simmetrico e che le madri di molti Neanderthal appartenessero, con ogni probabilità, alla nostra stessa specie. Per capire la portata della scoperta, va ricordata una regola base: le femmine possiedono due copie del cromosoma X, mentre i maschi ne hanno una sola, ereditata sempre dalla madre. Un padre trasmette il suo unico cromosoma X soltanto alle figlie femmine. Questo fa sì che il cromosoma X rechi un’impronta molto più marcata del contributo femminile.
Il ruolo del cromosoma X
Partendo da questo principio, il gruppo di ricerca ha costruito diversi modelli matematici per simulare come si sarebbe distribuito il materiale genetico nei due sensi. Hanno testato ogni possibile scenario di accoppiamento, incrociando i dati con le frequenze genetiche osservate oggi. In tutti i casi, il quadro che restituiva fedelmente la realtà emersa dalle analisi era uno soltanto: un’unione sistematica tra maschi di Neanderthal e femmine di Homo sapiens. Un’evidenza che sposta il baricentro della spiegazione dal caso alla scelta.
Davanti a risultati così netti, gli scienziati hanno iniziato a chiedersi quali forze potessero aver orientato in modo tanto stabile queste unioni. I modelli puramente demografici, basati su ipotetiche carenze di donne neandertaliane o eccedenze di donne Sapiens, sono apparsi subito poco solidi. Platt lo ha detto con parole molto chiare, definendo quelle spiegazioni “un po’ deboli” e dichiarando la sua preferenza per il modello che considera la preferenza del partner come fattore determinante. L’idea che a governare l’incrocio tra Neanderthal e Sapiens sia stata una spinta selettiva legata all’attrazione sta trovando sponde in diversi settori dell’antropologia e della biologia evoluzionistica. Del resto, la preferenza di coppia è un formidabile motore evolutivo, capace di indirizzare il destino genetico di intere popolazioni.
Cosa resta di quell’antica scintilla
Che cosa trovasse una donna Sapiens di così attraente in un maschio di Neanderthal, o viceversa, è destinato a restare in parte un mistero. E forse sta proprio qui il fascino ultimo della scoperta, nel ricordarci che la biologia non è fatta solo di geni che si impongono o scompaiono, ma anche di incontri, di corpi che si riconoscono e di pulsioni che attraversano il tempo. Matilda Brindle, biologa a Oxford, ha definito l’ipotesi “certamente convincente”, ricollegandola a sue precedenti ricerche che ipotizzavano scambi di baci preistorici tra le due specie. Oggi, scrivendo la storia della nostra eredità genetica, possiamo farlo con una consapevolezza diversa: l’impronta di Neanderthal che sopravvive in noi potrebbe non essere solo il prodotto di un caso statistico, ma il riflesso di un’antica, ostinata preferenza. Una storia d’amore scritta nei cromosomi e arrivata, silenziosa, fino a noi.
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