I club britannici di aggregazione sociale dimostrano che dopo i 50 anni il bisogno di connessione umana non è un lusso, ma una necessità
In Gran Bretagna migliaia di persone over 50 aspettano con impazienza il giorno settimanale in cui si incontrano in una sala con altri loro coetanei per bere un tè e giocare a carte. Dietro questa immagine si nasconde uno dei fenomeni sociali più significativi della società attuale: la guerra alla solitudine che gli inglesi combattono anche attraverso i cosiddetti Friendship Clubs. Non si tratta di esclusivi circoli privati frequentati da persone ricche e influenti. Tutt’altro. Sono spazi pubblici, accessibili, pensati come antidoto concreto contro l’isolamento che troppo spesso caratterizza la vita di chi ha superato la cinquantina. Nel Regno Unito, dove il fenomeno è particolarmente diffuso, questi club rappresentano una risposta organizzata al problema crescente della solitudine fra gli anziani, un’emergenza sociale che gli studi indicano come più pericolosa di quanto comunemente si pensi.
Lo spazio dove l’appartenenza conta
Immaginate un’atmosfera accogliente, spesso ricreata in un centro comunitario o in una sala parrocchiale. Il punto di partenza di ogni Friendship Club è sempre lo stesso: creare un ambiente nel quale chiunque possa entrare senza timori, consapevole di essere atteso. Non è un dettaglio secondario. Per molti anziani che vivono soli, il sapere che qualcuno li sta aspettando rappresenta il filo invisibile che li lega ancora strettamente alla comunità. Organizzazioni come Age UK hanno compreso perfettamente questa esigenza umana e hanno trasformato il concetto di club di amicizia in una vera e propria rete capillare di supporto. Diversamente dai membri club londinesi, celebri per la loro esclusività e il loro networking d’élite, i Friendship Clubs non guardano al portafoglio bensì all’atteggiamento. Qui non importa se siete un professionista in pensione o un operaio che ha chiuso la carriera lavorativa anni fa. Un esempio particolarmente significativo arriva da Clowne, un piccolo comune nel Derbyshire. Lo Just Good Friends Club (JGFC), nato come risposta concreta ai bisogni locali, dimostra come un Friendship Club riesca a trasformare la vulnerabilità in forza.
Dalle conversazioni ai laboratori
Il fulcro di ogni incontro rimane sempre la conversazione, accompagnata generalmente da tè e dolcetti, secondo una tradizione britannica che nulla ha perso della sua capacità di creare intimità. Intorno a un tavolo, persone che magari non si erano mai incontrate prima iniziano a scoprire interessi comuni, ricordi condivisi, esperienze che risuonano con le proprie.
Ma i Friendship Clubs non si fermano alla semplice socializzazione informale. Le attività proposte sono pensate per tenere vive menti e corpi. Laboratori di artigianato, sessioni di ginnastica dolce, chair yoga, giochi di società: ogni proposta è calibrata per permettere ai partecipanti di mantenere un livello di attività fisica e mentale senza richiedere sforzi eccessivi. Non si tratta di programmi intensivi, bensì di proposte studiate per essere piacevoli e completamente accessibili. Non è raro incontrare persone over 60 che vorrebbero utilizzare smartphone e computer ma si sentono intimidite dalla tecnologia. All’interno dei clubs, volontari insegnano come videochiamare i nipoti, come navigare in internet o come usare le principali app sociali. È un insegnamento peer-to-peer, dove chi sa aiuta chi non sa, abbattendo le barriere del timore nel chiedere aiuto.
Un punto di riferimento per la vita
Quello che distingue veramente un Friendship Club da una semplice attività ricreativa è il suo ruolo di punto d’ancoraggio nella comunità. Molti club fungono infatti da snodo informativo: i responsabili aiutano i partecipanti a orientarsi nei servizi locali, forniscono consigli pratici, illustrano come accedere a forme di supporto assistenziale talvolta complesse da comprendere da soli. Gli eventi speciali rappresentano poi il momento di maggiore effervescenza. Le uscite organizzate, i pranzi collettivi, le celeberrime “tea dances” (danze del tè) non sono semplici passatempi. Servono a consolidare il tessuto relazionale, a dare ai partecipanti qualcosa di cui parlare durante i giorni successivi all’incontro, a creare ricordi comuni che rafforzano il senso di appartenenza al gruppo. Qui sta il valore profondo di un Friendship Club: trasformare la presenza occasionale in comunità stabile. Le amicizie nate all’interno di questi spazi frequentemente continuano al di là degli incontri ufficiali.
Insieme è meglio
La ricerca scientifica ha dimostrato negli ultimi anni che la solitudine cronica fra gli anziani produce effetti sulla salute paragonabili al fumo di venti sigarette al giorno. I Friendship Clubs nascono quindi come risposta a un’emergenza sanitaria vera e propria, non soltanto a un bisogno emotivo. Quando le organizzazioni come Age UK promuovono soluzioni come queste, lo fanno partendo dal presupposto che la sicurezza sociale è sicurezza “tout court”. Sapere che domani mattina c’è un luogo dove qualcuno vi sta aspettando rappresenta la differenza tra una giornata passata da soli in casa e una giornata da membri attivi di una comunità. La psicologia conferma: il senso di appartenenza è uno dei bisogni umani primari, indispensabile per mantenere sia la salute mentale che fisica.
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