Virtus Zallot analizza la metamorfosi iconografica del Poverello: come la “Leggenda maggiore” di Bonaventura ha imposto un’immagine ufficiale, eliminando i lebbrosi e la radicalità scomoda delle origini
Basso, con le orecchie a sventola e i capelli scuri. Poi alto, biondo, prestante e affascinante. Nel giro di pochi decenni, le fonti scritte e le immagini hanno tramandato un san Francesco molto diverso che, negli ottocento anni dalla morte, si è trasformato nella figura un po’ stereotipata e addolcita, del frate che parlava agli uccelli ed ecologista ante litteram. Le testimonianze più antiche sul Patrono d’Italia (da quest’anno il 4 ottobre è festa nazionale), raccontano invece di una scelta di vita radicale, che aderiva alla povertà integrale ma affrontandola con letizia, e desiderava la pace in un’epoca dilaniata da guerre di ogni tipo (“Che Dio ti dia pace!”, era il suo saluto), di un’esistenza vissuta tra i poveri e i lebbrosi senza chiedere l’elemosina ma mantenendosi con il lavoro delle proprie mani. Presto però si trovò con così tanti fratelli da dovere fronteggiare l’organizzazione pratica e la gestione di un nuovo Ordine. Alla sua morte, la sua radicalità venne meno, anche nel racconto, per parole e immagini, della sua vita. A spiegarci una vicenda complessa e delicata è Virtus Zallot, storica dell’arte e docente di Storia dell’Arte medievale all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia.
Professoressa, come è nata l’iconografia di san Francesco?
San Francesco ha suscitato fin dall’inizio una devozione popolare intensissima, tanto da essere canonizzato subito dopo la morte. Era un santo contemporaneo, per questo è stato necessario creare un racconto per immagini della sua vita. La selezione degli episodi raffigurati in origine e la loro iconografia subirono però importanti variazioni: alcuni scomparvero poiché non adeguati alla memoria ‘ufficiale’ del santo.
Come è cambiata l’immagine del santo?
Nel 1266, il Capitolo generale impose la Leggenda maggiore di Bonaventura da Bagnoregio come unica biografia accettata, ordinando che le precedenti (come quella di Tommaso da Celano o le testimonianze di coloro che avevano frequentato e conosciuto il santo) fossero distrutte. Per fortuna, non tutti ubbidirono. Anche l’arte dovette aderire al san Francesco promosso dall’Ordine e dalla Chiesa: un santo da adorare più che da imitare, proprio perché le sue scelte di vita e la sua stessa Regola primitiva erano diventate, anche per i suoi stessi fratelli, difficili da attuare. È significativo, per esempio, che nelle Storie di Giotto nella Basilica superiore di Assisi non compaiano lebbrosi o miseri, che invece il santo aveva scelto per compagni; oppure che Francesco mai predichi (se non agli uccelli), quando era stato un predicatore infaticabile.
Giotto e Assisi…
Ad Assisi, le Storie di Giotto seguono esclusivamente la biografia di san Bonaventura, come testimoniano anche i brevi testi che accompagnano le scene. Non dimentichiamo che san Francesco, oltre che chiesa madre dell’ordine, è anche Basilica pontificia e territorio vaticano, per cui le Storie narrate da Giotto diventano un riferimento per gli artisti che in seguito si trovano a raccontare per immagini la vita del santo.
Un esempio?
Un esempio è la scena di Francesco davanti al sultano. Nella Pala Bardi in Santa Croce a Firenze (1245-50) è raffigurato mentre dialoga con il sovrano d’Egitto e i suoi sapienti, che lo ascoltano rispettosamente. Nella Basilica superiore di Assisi viene invece rappresentata La prova del fuoco. La forza visiva della parola di Francesco è totalmente svanita, l’incontro diventa una sfida e uno scontro, e proprio questa iconografia sarà quella ripresa nei secoli successivi.
Le stimmate…
Sulle stimmate la Chiesa fu inizialmente molto prudente. Celate in vita, furono pubblicamente rivelate alla morte del santo. L’iconografia elaborata dopo il 1266 le espone (pensiamo al taglio della veste in corrispondenza del costato) per sottolineare la conformità anche fisica di Francesco a Gesù. Si inventò anche una tipologia che vede Francesco abbracciare la croce e baciare i piedi di Cristo, avvicinando così le proprie stimmate a quelle di Gesù proprio a ribadire la sequela e immedesimazione, fino a essere considerato “alter Christus”.
Francesco, “giullare di Dio”.
Non è un’offesa, si vuole sottolineare come Francesco abbia preso in prestito il linguaggio dei giullari, tanto che usò il corpo, la voce, il canto con modalità di comunicazione sempre molto performative. Oltre che estremamente moderne.
IL SACRO VICINO ALL’UOMO
L’eredità di Giotto tra Assisi e Perugia
“Rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno”. Così, il pittore e trattatista trecentesco Cennino Cennini individuava nelle opere di Giotto lo stimolo a un cambiamento, dirompente e irreversibile, della tradizione pittorica occidentale. Momento fondante il nuovo linguaggio sono gli affreschi con le Storie di san Francesco nella Basilica superiore di Assisi (attribuiti al maestro toscano). Proprio intorno a questo episodio nasce la mostra Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento, allestita a Perugia presso la Galleria Nazionale dell’Umbria e curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi. La mostra mette in luce come lo sguardo di san Francesco abbia cambiato il rapporto tra fede e mondo, influenzando anche il modo nel quale Giotto ha rinnovato il rapporto tra pittura e realtà. Le figure dipinte iniziano a muoversi in uno spazio vero e profondo, a mostrare i sentimenti e l’intelligenza dei gesti. Il sacro si fa presente e vicino all’uomo.
Intorno ai lavori giotteschi e al cantiere assisiate ruotano numerosi lavori di altri artisti, da Simone Martini e Pietro Lorenzetti a pittori locali che seppero recepire e reinterpretare con originalità le novità introdotte da questi maestri.
Giotto e san Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento
Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria, fino al 14 giugno
www.gallerianazionaledellumbria.it
© Riproduzione riservata
