Da trent’anni, la Legge 109 del 1996 promuove il recupero dei beni confiscati attraverso l’avvio di progetti sociali e di promozione del lavoro, tra inclusione e lotta alla criminalità
Dal 23 maggio 1992 ogni anno, da trentaquattro anni, si fa memoria della Strage di Capaci, di quel tratto di A29 che porta a Palermo, squarciato da 500 chili di tritolo e dalla mano di Cosa Nostra che uccisero il magistrato Giovanni Falcone con la moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 23 maggio è diventato, dal 2002, la Giornata nazionale della Legalità, quella nata anche dalla reazione di protesta contro la mafia di tanti palermitani che nei giorni della strage esposero lenzuola bianche ai balconi delle loro case. Una legalità diventata movimento civile e istituzionale nei cortei cittadini e nei viaggi della Nave della Legalità, che ogni anno traghetta fino a Palermo migliaia di studenti per portare un messaggio di speranza e impegno.
Una legalità tanto più forte quanto più è fatta di azioni concrete: di una memoria che diventa testimonianza e presenza, e di luoghi simbolo del potere criminale da restituire alla collettività come spazi comuni. È ciò che avviene con la confisca dei beni alla criminalità organizzata, un patrimonio di illegalità che per i clan rappresenta una fonte di potere e guadagno e che, con il sequestro e la confisca, può essere riassegnato a enti pubblici e associazioni per un riutilizzo sociale. I beni confiscati diventano così un contro-simbolo di legalità, una risposta concreta di lotta alla mentalità mafiosa. Giovanni Falcone lo aveva intuito, suggerendo di “seguire i soldi” per fare luce sugli affari e sulla presenza della mafia nel territorio. Un’intuizione che fu sostenuta anche da una legge, la Rognoni-La Torre del 1982, che introdusse il reato di “associazione di stampo mafioso” e la conseguente confisca di beni che sono “il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego” (articolo 416-bis, codice penale).
Negli anni si è compreso che la confisca dei beni alle mafie ha valore se quel bene, che sia un terreno, un appartamento, villa o un capannone, viene riqualificato, bonificato da quel legame con la criminalità e destinato ad un riutilizzo sociale. È quello che fa ancora oggi, da trent’anni, la Legge 109 del 1996, che promuove il recupero dei beni confiscati attraverso l’avvio di progetti sociali e di promozione del lavoro. Un patrimonio che, se non rimane abbandonato o desertificato in tempi eccessivamente lunghi di assegnazione, rappresenta lo strumento di contrasto alle mafie più efficace. E le parole pronunciate anni fa da Francesco Inzerillo, dell’omonima famiglia di mafia, ne sono la conferma: «Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è. Quindi la cosa migliore è quella di andarsene».
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