Man v Fat Soccer, il campionato di calcio negli Stati Uniti per combattere l’obesità. In campo più dei gol contano i chili persi
Negli Stati Uniti sta prendendo sempre più piede Man v Fat Soccer, un progetto nato in Gran Bretagna noto come “calcio per obesi”. Un campionato di calcio dove il vero avversario non è la squadra schierata dall’altra parte del campo, ma il proprio peso corporeo. Dove la vittoria più importante non si festeggia per una rete segnata sotto la traversa, ma per un chilo in meno segnato dalla bilancia. Il successo sembrerebbe assicurato: nel corso di quattordici settimane, i partecipanti perdono mediamente dieci chilogrammi. Il 62% diei giocatori perde almeno il 5% del proprio peso corporeo, mentre il 90% registra progressi tangibili. I partecipanti devono avere come requisito un indice di massa corporea pari o superiore a 27.5. Soglia che identifica la condizione di sovrappeso. Non serve essere dei fuoriclasse del dribbling, perché l’obiettivo primario non è alzare un trofeo, ma migliorare drasticamente la propria forma fisica in un contesto di gruppo.
Come funziona il calcio per obesi americano
A Man v Fat Soccer le partite si giocano a cinque contro cinque su campi ridotti, un formato che rende l’attività meno estenuante rispetto al calcio tradizionale ma impegnativa dal punto di vista cardiovascolare. Ogni sessione dura poco più di un’ora, e per accedere è necessario possedere un indice di massa corporea pari o superiore a ventisette virgola cinque, soglia dove comincia il sovrappeso vero e proprio. Negli Stati Uniti, patria del junk food, il parametro seleziona un bacino di partecipanti particolarmente ampio. Ogni settimana, prima della partita, arriva il momento della pesatura. Un chilo perso equivale a un punto guadagnato dalla propria squadra. In questo modo, chi magari non è un fuoriclasse del pallone ma riesce a dimagrire, contribuisce al successo collettivo tanto quanto chi mette il pallone in rete. La competizione così si sdoppia: da un lato la sfida sportiva, dall’altro una competizione dove l’avversario da battere è la bilancia.
I numeri del successo
I dati raccolti nelle prime fasi del progetto sono sorprendenti. Nell’arco di 14 settimane, i partecipanti perdono in media circa 10 chili, un risultato notevole che va ben oltre l’impatto estetico, incidendo sulla salute cardiovascolare e metabolica. Il dato è ancora più confortante se si considera che il 62% degli iscritti riesce a calare almeno il 5% del proprio peso corporeo totale. Una percentuale che la comunità scientifica considera un successo terapeutico. Oltre il 90% dei partecipanti, inoltre, registra progressi tangibili sulla bilancia, un’evidenza che conferma come l’approccio olistico di Man v Fat Soccer sia una strada concretamente percorribile per sconfiggere l’obesità. Non si tratta di privazioni o diete punitive, ma di un percorso condiviso dove il movimento fisico ritorna a essere un piacere e non un obbligo.
Uno sport per tutti
Iscriversi è semplice. Perfino chi non ha mai calciato un pallone in vita sua può trovare il suo spazio, poiché le doti tecniche non sono un requisito essenziale. Dopo una prova gratuita, l’abbonamento mensile, che si aggira intorno ai 99 dollari, offre un pacchetto a 360 gradi. Include non solo le partite regolari, ma anche il supporto di coach personali che forniscono consigli su dieta e benessere mentale, una dashboard digitale per monitorare i propri passi avanti, e medaglie virtuali che segnano le pietre miliari raggiunte. I nuovi iscritti si ritrovano automaticamente in una squadra di pari abilità, dopo la firma di un codice di condotta. Obiettivo: creare un ambiente empatico e sicuro che abbatte l’isolamento sociale che spesso accompagna le persone in sovrappeso. Con l’onda lunga dei Mondiali di calcio alle porte, questo movimento rappresenta forse l’anima più autentica e trasformativa dello sport, capace di guarire corpi e spiriti in una nazione che cerca soluzioni vere e sostenibili per un problema che riguarda milioni di persone.
Gli inizi in Florida
Man v Fat Soccer arrivò negli Stati Uniti nel 2024, sbarcando in Florida. Il “Sunshine State” dove comunità di pensionati si mescolano con i giovani, il clima consente di giocare tutto l’anno e la resistenza di una popolazione sedentaria non è certo una novità. Un terreno fertile perfetto. Da Tampa Bay, il movimento si è irradiato verso il Texas, la Pennsylvania, New York. Oggi le leghe attirano uomini di tutte le età ma in particolare tra i quaranta e i sessanta anni. Fascia d’età critica per la famosa “pancetta”. L’espansione geografica arriva proprio quando il calcio mondiale si prepara a conquistare l’America. I Mondiali 2026, che si terranno negli Stati Uniti, Messico e Canada, porteranno un rinnovato interesse per il pallone, accogliendo tifosi da tutto il pianeta.
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