Il capolavoro del primo Rinascimento stimato tra 150.000 e 250.000 euro torna a splendere in cerca di un compratore
A Firenze torna sotto i riflettori uno dei più misteriosi episodi del mercato dei dipinti gotico‑rinascimentali. Una “Tebaide” del Beato Angelico, sparita dal mercato nel 1970 e rimasta ai margini della ricerca per mezzo secolo, sarà battuta all’asta il 20 maggio dalla Casa Pandolfini. L’interesse degli studiosi per questa tela – una tempera su tavola di circa 68,5 per 56 centimetri – è massimo. La stima stabilita dagli esperti oscilla tra i 150 e i 250 mila euro, ma il valore storico e artistico dell’opera supera la cifra. Il dipinto che rappresenta la regione egiziana dove vivevano i Padri del deserto non era svanito completamente. Era rimasto vivo nella memoria degli storici dell’arte attraverso fotografie in bianco e nero nella letteratura critica, ha continuato a esistere nei cataloghi e negli studi universitari. Ora è pronto per il ritorno sotto i riflettori internazionali.
Come scompare un capolavoro
La storia della Tebaide comincia con un’alienazione avvenuta a Firenze negli anni Settanta del Novecento. Allora le transazioni private erano meno trasparenti, i controlli sulle esportazioni meno stringenti e un dipinto poteva passare di mano senza lasciare molte tracce pubbliche. Da quel 1970 in poi, l’opera semplicemente scomparve dalla circolazione ufficiale. Ma la comunità scientifica non l’ha mai dimenticata. I responsabili della ricerca storica hanno continuato a studiarla attraverso le immagini conservate negli archivi fotografici, discutendone in articoli e monografie. Era come se la Tebaide di Beato Angelico vivesse una doppia vita: assente dal mercato, ma presente nell’universo culturale. Continuava a influenzare gli studi, a far parte della conversazione tra gli esperti, senza però che nessuno potesse ammirarla dal vivo. Fino a oggi. Il ritrovamento è avvenuto attraverso i canali tradizionali del collezionismo privato, quando proprietari e consulenti hanno deciso di sottoporre l’opera a una nuova analisi, scoprendo di avere tra le mani uno dei pezzi importanti della storia dell’arte italiana.
Il dialogo con la Tebaide di Budapest
La Tebaide ritrovata va confrontata con un’altra opera praticamente identica, conservata al Museo di Belle Arti di Budapest. Quest’ultima è nota da tempo e ha già goduto di studi approfonditi e di esposizioni in grandi mostre. Confrontando le due composizioni, emerge una corrispondenza quasi perfetta: stesse figure, stesso paesaggio montano dove si svolgono le vite degli eremiti, stessa struttura narrativa. Un fatto che rimanda a una pratica normale nel primo Rinascimento italiano. Agli inizi del Quattrocento, infatti, non esisteva il concetto di originalità artistica e realizzare due versioni identiche di uno stesso tema era legittimo, se non addirittura ordinario. La corrispondenza tra le due Tebaide suggerisce anche che l’artista abbia utilizzato il medesimo disegno preparatorio per entrambe. Una procedura consolidata nelle botteghe rinascimentali: un cartone veniva ricalcato, trasportato sulla tavola, e poi riprodotto in più versioni secondo le richieste della clientela. La domanda che rimane aperta è quale delle due versioni sia stata creata per prima.
Un omaggio al primo Cristianesimo
La Tebaide di Beato Angelico raffigura i monaci eremiti che vivevano nel deserto d’Egitto, una comunità ascetica la cui storia è narrata nelle Vitae Patrum. Questo testo, di origine tardoantica, era stato tradotto dal monaco camaldolese Ambrogio Traversari nel 1423, proprio nel periodo della piena maturità artistica del Beato Angelico. È probabile che la circolazione rinnovata della traduzione di Traversari abbia stimolato una ripresa dell’interesse iconografico per il tema. Nel dipinto, le figure sono in uno spazio montano stilizzato, dove ogni eremita svolge una propria attività: alcuni pregano, altri leggono, altri ancora ricevono apparizioni miracolose. È una composizione narrativa ciclica, dove l’osservatore può muoversi da un episodio all’altro, scoprendo i dettagli della vita spirituale nel deserto.
L’asta di Firenze
Sul fronte etico e patrimoniale, la messa all’asta solleva questioni legate all’esportazione, alla tutela del patrimonio culturale italiano e alla responsabilità delle istituzioni. Un dipinto di questa qualità e di questa rilevanza storica rappresenta un elemento del patrimonio culturale italiano, e la sua possibile acquisizione da parte di collezionisti stranieri o di musei esteri desta preoccupazioni. La stima, sebbene non raggiunga i vertici dei record mondiali, è comunque tale da attrarre l’attenzione internazionale. L’evento si colloca in un calendario di rilievo per il mercato locale, con opere che spaziano dal Trecento al Seicento, ma la presenza di un’opera di Beato Angelico, per di più “ritrovata”, assume un valore simbolico eccezionale. L’occasione rappresenta un ponte tra collezionismo privato e istituzioni pubbliche, e il suo ruolo diventa decisivo nel momento in cui un’opera così significativa per Firenze rischia di uscire dal circuito museale e nazionale.
Foto: Annunciazione del Beato Angelico
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