Venticinque anni fa con un impatto di fuoco nell’Oceano Pacifico finiva l’era che aveva aperto le porte alla cooperazione orbitale
Il 23 marzo 2001 la stazione spaziale Mir si apprestava a concludere la sua esistenza con un rientro controllato nell’atmosfera, che la trasformò in una scia di detriti luminosi, prima del tuffo nell’Oceano Pacifico meridionale. Con lei si spegneva un pezzo di storia, un’icona capace di incarnare le tensioni e le speranze di un’epoca. In russo, mir richiama due parole che si intrecciano perfettamente con la sua vicenda. Da un lato significa “pace”, una scelta voluta in piena Guerra Fredda per presentare l’avamposto sovietico come un simbolo di cooperazione piuttosto che di competizione bellica. Dall’altro lato, il termine evoca anche l’idea di “mondo” o “comunità”. Al tempo dello zar la mir era una comunità contadina che gestiva collettivamente la terra e le risorse. La base spaziale era infatti un piccolo universo autonomo in miniatura, il primo villaggio orbitante della storia in cui cosmonauti e astronauti di diverse nazioni impararono a sopravvivere con la collaborazione reciproca.
Un colosso nato per durare
Lanciata nel 1986, la stazione spaziale Mir venne completata dieci anni più tardi, nel 1996. Aveva 33 metri di lunghezza, 31 di larghezza e 27 di altezza per un peso di 140 tonnellate. Era composta da otto moduli, ciascuno con funzioni specifiche come il controllo dei sistemi di bordo, la ricerca scientifica, il monitoraggio terrestre. E persino l’aggancio per lo Space Shuttle americano nell’ambito del celebre programma Shuttle-Mir, che segnò l’inizio della storica collaborazione tra ex rivali. A questi si aggiungevano le navicelle Soyuz per il trasporto degli equipaggi e le Progress per i rifornimenti, trasformando la stazione in un avamposto permanente dell’umanità nello spazio.
“Stiamo abbandonando un pezzo di Russia”
Per quindici anni, la Mir rimase abitata ininterrottamente, accumulando un’esperienza senza precedenti sulla vita a lungo termine in microgravità. Ma il tempo e l’usura cominciarono a farsi sentire, e i costi di manutenzione divennero insostenibili per la Russia postsovietica. Già nell’estate del 1999, quando si iniziò a parlare seriamente di smantellamento, l’addio sembrava imminente. Fu allora che il cosmonauta Viktor Afanasyev, con il dolore nel cuore, dichiarò: “Stiamo abbandonando un pezzo di Russia, qualcosa che abbiamo costruito nello Spazio, e non è chiaro cosa costruiremo dopo”. Un commiato ufficiale, ma non definitivo.
L’ultima missione
Contro ogni pronostico, infatti, la stazione spaziale Mir ricevette una seconda giovinezza. Nel 2000, la raggiunse la missione Soyuz TM-30, con a bordo i cosmonauti Sergei Zalyotin e Aleksandr Kaleri. A finanziarla fu per la prima volta un’azienda privata, ben prima che colossi come SpaceX o Boeing entrassero nel settore del turismo spaziale. L’idea era di rilanciare la Mir come destinazione commerciale, magari aprendola a viaggiatori privati. Tuttavia, il progetto incontrò forti resistenze, in particolare da parte degli Stati Uniti, che temevano che eventuali fondi destinati alla Mir potessero essere sottratti alla neonata Stazione Spaziale Internazionale, la cui costruzione era appena iniziata nel 1998. Malgrado le promesse di nuove missioni e di ulteriori investimenti, le autorità russe furono costrette a fare marcia indietro. La strada verso il pensionamento definitivo era tracciata.
23 marzo 2001: il rientro controllato
Il rientro controllato della stazione spaziale fu preparato con cura. Poche settimane prima della data fatidica, la navicella cargo Progress M1-5 raggiunse l’obiettivo per assumerne il controllo e guidarlo verso quote sempre più basse: da circa 220 chilometri di altitudine fino a meno di 100. La Mir bruciò, ma non completamente. Si stima che tra le 20 e le 30 tonnellate di materiale siano sopravvissute all’attrito atmosferico, precipitando nell’Oceano Pacifico meridionale sotto forma di detriti. Le immagini dei frammenti infuocati sopra le isole Fiji divennero iconiche. Fu in quegli spazi angusti, a oltre 200 km dalla Terra, che si sperimentarono le basi della cooperazione internazionale che avrebbe poi reso possibile la Stazione Spaziale Internazionale. Lì l’uomo imparò a gestire le emergenze, a condividere spazi ridotti per mesi e a costruire ponti tra nazioni un tempo divise. La Mir ci ha insegnato che, nello spazio come sulla Terra, solo chi coopera costruisce il domani. E in questo senso ha onorato fino all’ultimo il significato del suo nome.
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