Il World Press Freedom Index di Reporters Sans Frontières certifica il peggior bilancio degli ultimi decenni. L’Italia scivola al 56° posto, gli Stati Uniti al 64°. Nel mondo, oltre la metà dei Paesi vive condizioni “difficili” o “molto gravi” per chi fa informazione.
Libertà di stampa ai minimi storici
In occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa istituita dall’Unesco, celebrata lo scorso 3 maggio, Reporters Sans Frontières (Rsf), l’organizzazione che ogni anno monitora la salute dell’informazione nel mondo, ha pubblicato il World Press Freedom Index 2026, basandosi sui dati relativi al 2025. Il verdetto mostra che la libertà di stampa, su scala internazionale, ha toccato il livello più basso degli ultimi venticinque anni.
La classifica valuta 180 Paesi attraverso cinque criteri: le condizioni economiche dei media, il quadro legale in cui operano i giornalisti, la loro sicurezza fisica, il livello di interferenza politica e il contesto sociale. Il risultato è che più della metà dei Paesi analizzati, il 52,2%, si trova in una condizione definita “difficile” o “molto grave” per chi lavora nell’informazione.
Un dato che colpisce ancor di più se confrontato con quello di circa vent’anni fa: nel 2002, quella percentuale era ferma al 13,7%. La crescita è stata costante, inesorabile, trasversale a ogni continente. L’indicatore che ha subìto il calo più marcato nell’ultimo anno, riguarda la cornice legale entro cui operano i professionisti dell’informazione.
Il quadro globale: pochi virtuosi, molti in difficoltà
In cima alla classifica si confermano i Paesi del nord Europa. La Norvegia guida la graduatoria, seguita da Paesi Bassi ed Estonia. All’estremo opposto, in ultima posizione, compare per il terzo anno consecutivo l’Eritrea (180°), preceduta dalla Corea del Nord (179°) e dalla Cina (178°). La mobilità nella classifica racconta anche le trasformazioni politiche recenti: la Siria post-Assad ha scalato ben 36 posizioni rispetto al 2025, mentre il Niger ha registrato il calo più verticale dell’anno, perdendo 37 posizioni e scivolando al 120° posto.
A livello globale, solo l’1% della popolazione mondiale vive in un Paese dove la condizione della stampa è classificabile come “buona”. I conflitti armati pesano in modo diretto sul bilancio. A Gaza, dall’ottobre 2023, Rsf ha contato più di 220 giornalisti uccisi da Israele. Nel 2025, secondo i dati raccolti, sono stati 128 i giornalisti morti nell’esercizio delle proprie funzioni nel mondo.
Gli Stati Uniti perdono sette posizioni
Tra le democrazie che arretrano in modo significativo, spiccano gli Stati Uniti. Il Paese scivola di sette posizioni rispetto al 2025, attestandosi al 64° posto, in classifica tra Botswana e Panama. Rsf imputa il peggioramento agli effetti dell’amministrazione Donald Trump, che secondo l’organizzazione ha reso sistematici gli attacchi contro la stampa e i singoli giornalisti. Il rapporto cita, tra i casi emblematici, quello del giornalista salvadoregno Mario Guevara, arrestato e poi espulso nell’ottobre 2025.
Per Rfs destano preoccupazione anche i tagli al personale della United States Agency for Global Media (USAGM), che hanno portato al ridimensionamento di emittenti di rilievo internazionale come Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia. Si tratta di testate che in molti Paesi del mondo rappresentano l’unica fonte di informazione indipendente accessibile ai cittadini.
Per l’Italia c’è il 56° posto
L’Italia non si sottrae al trend negativo. Anzi, lo segue con un arretramento significativo: dal 49° posto del 2025 al 56° di quest’anno. Una caduta che porta il Paese alle spalle di nazioni come Costa d’Avorio, Ghana e Gambia. I fattori che Rsf individua sono molteplici e si sommano tra loro.
Sul fronte della sicurezza fisica, il report ricorda che una ventina di giornalisti italiani vivono attualmente sotto scorta permanente, a causa di intimidazioni o aggressioni legate principalmente alla criminalità organizzata, soprattutto nel Mezzogiorno. Accanto al rischio fisico, però, pesa anche il clima politico. Rsf segnala che molti professionisti dell’informazione praticano l’autocensura, tanto per effetto delle linee editoriali delle testate per cui lavorano, quanto per il timore di finire nel mirino di cause per diffamazione. Cresce il numero delle cosiddette querele bavaglio (come le azioni legali strumentali, usate per intimidire chi fa inchieste scomode); e il fenomeno, avverte il rapporto, non è marginale.
La norma che ha attirato l’attenzione di Rsf è il decreto legislativo 198 del 2024, approvato a fine anno dalla maggioranza guidata dalla premier Giorgia Meloni. La riforma vieta la pubblicazione integrale o anche solo parziale delle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare. Per i giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria, si tratta di un limite rilevante alla possibilità di informare i cittadini su vicende di interesse pubblico.
Informare è segnale di democrazia
La ricorrenza ha mobilitato numerose voci istituzionali. Papa Leone XIV, durante il Regina Coeli in piazza San Pietro di domenica 3 maggio, ha ricordato: “Oggi si celebra la giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata da Unesco. Purtroppo questo diritto è spesso violato in modo a volte flagrante, a volte nascosto. Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza”.
Sullo stesso tono si è espresso il ministro della Difesa Guido Crosetto: “Raccontare la verità può avere un prezzo altissimo. Ricordare chi lo ha pagato è un dovere morale”. E ha aggiunto che “informare non significa solo riferire i fatti, ma rendere i cittadini più liberi di capire e che proprio per questo la libertà con cui i giornalisti possono farlo resta uno dei segnali più importanti della salute di una democrazia”.
A chiudere il cerchio è stata la testimonianza di Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, che ha ricordato che viviamo in “un momento storico caratterizzato da una continua escalation di violenza e dal mancato rispetto delle norme del Diritto Internazionale Umanitario”.
Ha quindi richiamato quanto accaduto pochi giorni fa in Libano, dove i soccorritori della Croce Rossa sono intervenuti per salvare due giornaliste colpite da un bombardamento. La prima, Zeinab Faraj, ferita alla testa e a una gamba, è stata tratta in salvo. La seconda, Amal Khalil, non è sopravvissuta: il suo corpo è stato recuperato il giorno seguente, sepolto tra le macerie. “Proteggere la libera informazione – ha concluso Valastro – significa anche difendere la vita di chi, con abnegazione e spirito di sacrificio, si impegna a garantirla testimoniando i fatti”. Un diritto, quello all’informazione, che “non può e non dovrà mai essere negato”.
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