Icona del musical e voce leggendaria di Cabaret, Liza Minnelli oggi compie 80 anni. Ha segnato il cinema musicale e non solo: una carriera premiata con Oscar, Grammy, Emmy e Tony Awards.
Liza Minnelli, la voce che non si spegne
C’è qualcosa di quasi cinematografico nel fatto che Liza Minnelli, nata dentro il mito, abbia impiegato una vita intera a costruirsene uno tutto suo. Oggi compie ottant’anni, e li festeggia come solo lei sa fare: con un libro, un premio e quella grazia ostinata che non l’ha mai abbandonata del tutto, nemmeno nei momenti in cui tutto sembrava crollare.
Nata a Los Angeles nel 1946 da Judy Garland e dal regista Vincente Minnelli, Liza ha avuto il privilegio e il peso di crescere dentro Hollywood. Il padrino era Ira Gershwin. La prima apparizione sullo schermo arrivò a nemmeno tre anni, in braccio alla madre. Pochi bambini al mondo hanno avuto un ingresso nella vita pubblica altrettanto spettacolare. E altrettanto difficile da gestire, poi, negli anni.
Dal palco di Broadway all’Oscar per Cabaret
Prima che il cinema la consacrasse, fu Broadway a capire di cosa era capace. A sedici anni lavorava già nei musical. A diciannove vinse il Tony Award come migliore attrice con Flora, the Red Menace, segnando anche l’inizio della lunga collaborazione con il compositore John Kander e il paroliere Fred Ebb. Un sodalizio artistico che avrebbe segnato la storia del musical americano.
Ma è il 1972 l’anno che cambia tutto. Bob Fosse la sceglie per il ruolo di Sally Bowles in Cabaret, adattamento cinematografico del celebre musical ambientato nella Berlino cupa e febbricitante degli anni Trenta, mentre il nazismo incombeva sulla città. Liza costruisce un personaggio memorabile: una ragazza americana, cantante di cabaret, che vive con una libertà spensierata e disincantata finché la storia non si mette di traverso. La forza espressiva, la voce, potente, inconfondibile, e una presenza scenica capace di riempire qualunque inquadratura trasformano il film in qualcosa di più di un semplice musical. Cabaret vinse otto Oscar, tra cui quello alla migliore attrice protagonista. Liza Minnelli finì in copertina su Time e Newsweek nella stessa settimana. A soli ventisei anni.
“New York, New York”
Cinque anni dopo arriva un altro capolavoro. Martin Scorsese la dirige in New York, New York (1977), dove recita accanto a Robert De Niro nei panni di Francine Evans, una cantante jazz che insegue il successo senza riuscire a tenere insieme la carriera e l’amore. Il film è una riflessione malinconica sul talento, sulle ambizioni e sui costi umani della fama. E la canzone che dà il titolo alla pellicola, firmata ancora da Kander ed Ebb, diventa leggendaria, tanto da essere associata per sempre alla città che non dorme mai.
Negli stessi anni Liza frequentava il backstage della New York notturna. Lo Studio 54, le notti lunghissime, le amicizie spericolate con i protagonisti di quella stagione irripetibile. Una vita che aveva il ritmo di un numero di Broadway ma i costi di un melodramma.
Cadute e risalite
Perché accanto ai successi professionali c’è sempre stata l’altra storia, quella più difficile da raccontare.
Quattro matrimoni: il primo con il cantautore australiano Peter Allen, poi il regista Jack Haley Jr., poi lo scultore Mark Gero, infine il discografico David Gest, da cui divorziò nel 2007. Tre gravidanze interrotte. E una dipendenza da alcol e psicofarmaci che lei stessa, nel nuovo memoir, riconduce alla madre: un peso ereditato insieme alla voce e agli occhi scintillanti.
Nel 2000 una rara encefalite le lasciò deficit motori e problemi verbali. Poi, nel 2003, a Bologna nei giorni del Pavarotti and Friends, una caduta la portò sotto i ferri dei chirurghi ortopedici al Rizzoli. Nel 2024 un ictus l’ha costretta definitivamente sulla sedia a rotelle. L’ultima apparizione pubblica rimasta impressa nella memoria collettiva risale alla notte degli Oscar del 2022: Liza sul palco del Dolby Theatre, visibilmente in difficoltà mentre annunciava il vincitore del premio al miglior film.
“Io, Liza”: il memoir degli ottant’anni
Per il compleanno, la Minnelli ha scelto di raccontarsi. Io, Liza, pubblicato il 10 marzo in contemporanea mondiale da Rizzoli, è un’autobiografia di quasi cinquecento pagine scritta insieme al pianista Michael Feinstein, amico di lunga data da oltre quarant’anni. Il libro ripercorre gli inizi giovanili a New York, il palcoscenico, le notti brave, la pressione di essere figlia di un mito come Judy Garland, i divorzi, la solitudine della fama. Ma il tono non è quello di una confessione amara. Liza racconta la sua vita come una storia di resilienza, con l’ironia di chi è caduto abbastanza spesso da smettere di sorprendersi, e la determinazione di chi si è sempre rialzato.
A coronare la giornata, arriva anche il premio alla carriera della GLAAD, l’associazione della comunità LGBTQ+, che da sempre la considera una delle proprie icone più rappresentative. Un riconoscimento affettuoso da una comunità che l’ha amata quando non era scontato farlo.
Una “EGOT” e un posto nella storia
Pochi artisti al mondo possono vantare il titolo di EGOT: Emmy, Grammy, Oscar e Tony Award, i quattro premi più prestigiosi dello spettacolo statunitense. Liza Minnelli li ha vinti tutti.
Nel 1990, con il Grammy Legend Award, completò la collezione diventando, a 44 anni, la più giovane artista ad averli conquistati tutti e quattro. Numeri che raccontano una carriera straordinaria per durata e qualità, da Broadway ai concerti internazionali con Frank Sinatra e Sammy Davis Jr., fino alla svolta pop degli anni Novanta con i Pet Shop Boys e l’album Results.
Ottant’anni di Liza Minnelli sono, in fondo, ottant’anni di spettacolo americano visto dall’interno, con tutte le luci e tutte le ombre del caso.
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