Dalla rottura radicale con la ricchezza all’incontro col Sultano, la parabola umana e politica del Poverello d’Assisi: un ribelle che ha trasformato il sospetto di eresia in un messaggio universale di pace ed ecologia, oggi più vivo che mai
Francesco d’Assisi, nato Giovanni di Pietro di Bernardone intorno al 1181 o 1182, è una delle figure più rivoluzionarie della spiritualità cristiana: un giovane erede di un ricco mercante di tessuti che, in un’epoca di crociate e lotte di potere, scelse la via della povertà assoluta, diventando noto come “il Poverello”.
Cresciuto ad Assisi tra agi e ambizioni cavalleresche, la sua vita muta drasticamente durante una prigionia nella guerra contro Perugia. Un incontro con un lebbroso e l’appello evangelico a “lasciare tutto” lo spingono, intorno al 1205, a spogliarsi delle ricchezze paterne davanti al vescovo e ai suoi concittadini. Da un umile capanno a Rivotorto – il Sacro Tugurio – inizia a predicare pace e fratellanza universale in povertà assoluta e in armonia profonda con il Creato, gettando in quel luogo le basi del futuro Ordine dei Frati Minori. Il suo stile di vita radicale, improntato alla povertà estrema e all’amore per la natura ne fa da subito un trasgressore, oggetto di sospetto, ironia e curiosità. Il suo modo di essere rovescia ogni logica sociale: restituire al padre il denaro, denudarsi davanti al vescovo, rifiutare ogni proprietà, scegliendo di avvicinare i lebbrosi e di incontrare il Sultano d’Egitto. Per queste scelte estreme si giudicò (e fu giudicato) un folle. La sua gioia estatica, la sua predicazione semplice, la sua insistenza su un Dio povero e fraterno sono un disturbo dell’ordine costituito e urtano la sensibilità di una Chiesa che, pur predicando la penitenza, teme la rottura dell’equilibrio interno.
Sono gli anni in cui si diffondono Valdesi, Catari e altri gruppi di movimenti pauperistici, poi dichiarati eretici, che accusano la gerarchia di aver tradito il messaggio di Cristo. Francesco non aderisce a nessuna setta, ma la sua radicalizzazione del messaggio cristiano – povertà assoluta, obbedienza “fraterna” e non clericale – suscita sospetti di eresia: mina la solidità del ceto borghese e fa apparire inadeguata la ricchezza della Chiesa. Per alcuni è un imprudente, un outsider in grado di mobilitare le masse senza una supervisione formale, col rischio della nascita di un cristianesimo parallelo, carismatico e non controllabile.
Il punto di svolta è l’incontro con papa Innocenzo III: nel 1209 il giovane frate, partito dal Sacro Tugurio con una decina di confratelli, si presenta al Pontefice chiedendo l’approvazione di una regola basata sull’applicazione integrale del Vangelo. Innocenzo riconosce in quella povertà estrema una forma di sanzione divina e un’occasione per ricondurre i fedeli all’istituzione ecclesiastica e concede il primo placet, ancorché orale. Solo il 29 novembre del 1223, papa Onorio III approva la definitiva Regola Francescana, dopo un percorso difficile e complesso iniziato nel riparo di Rivotorto – due piccoli ambienti dal basso soffitto -, dove Francesco e i primi fratelli che lo seguirono (Bernardo e Pietro Cattani) trovarono rifugio nel 1208, prima del trasferimento alla Porziuncola.
Uno dei momenti più emblematici della biografia francescana è il viaggio in Oriente durante la Quinta Crociata, quando, nel 1219, si spinse fino Damietta per incontrare il sultano al Malik al Kāmil, uomo saggio e di cultura, armato solo del saio e della fede. Un gesto in apparenza sconsiderato: vuole convertirlo? Cerca il martirio? Quell’incontro è ancora oggi un mistero, pur restando uno dei più potenti esempi di dialogo interreligioso. Le fonti raccontano che Malik lo accolse con rispetto e lo lasciò andare con onore.
Gli ultimi anni di vita sono segnati dalla malattia: le stigmate appaiono un segno della conformità al Cristo crocifisso, ma sono anche motivo di sospetto per chi teme forme di devozione troppo “visionarie”. La sua morte nel 1226 è un momento di grande commozione: adagiato sulla nuda terra, accanto ai fratelli, abbraccia sorella Morte, recitando il Cantico delle Creature in un ultimo atto di riconciliazione con il Creato.
La Chiesa, che aveva visto in lui un elemento di disturbo, finì per trasformarlo in uno dei suoi simboli più efficaci, legandolo a un’immagine di mansuetudine, povertà e pacificazione. Al tempo stesso la storia interna del movimento ha visto conflitti tra chi voleva restare fedele alla povertà radicale e chi preferiva una maggiore integrazione, e questo ha reso la figura di Francesco continuamente dibattuta e rivisitata.
Gli storici, come Alessandro Barbero, hanno riletto la sua biografia con un occhio meno agiografico mettendo in luce la complessità della sua figura, sostenendo che il suo scontento verso l’ortodossia era più forte di quanto la tradizione abbia poi ammesso. Parallelamente, l’episodio dell’incontro con il sultano è stato rilanciato come simbolo di dialogo tra fedi e culture.
A questa rilettura contemporanea si lega papa Bergoglio nel 2015 con l’enciclica Laudato sì, dedicata all’ecologia, che fa riferimento alla figura del Santo come ad un prototipo del rapporto armonioso tra uomo, natura e Dio.
Tutto questo consente di presentare Francesco non solo come un personaggio del Medioevo, ma come una presenza viva nel dibattito odierno sulla povertà, sul potere, sulla pace, sull’ecologia e sul rapporto tra fede e società.
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