Il custode dei luoghi della prima fraternità francescana analizza l’attualità del Santo: dalla “laicità” del linguaggio popolare all’ecologia integrale, ecco perché Francesco è l’unico antidoto alla cultura dello scarto
Dalla terra “forte e gentile” d’Abruzzo al cuore pulsante della spiritualità francescana: il percorso di padre Domenico è un intreccio affascinante di rigore teologico, impegno accademico e vita vissuta tra la gente. Oggi alla guida della parrocchia di Rivotorto (a pochi chilometri da Assisi) – luogo simbolo dove San Francesco scrisse la sua prima Regola nel “Sacro Tugurio” – padre Domenico incarna quella figura di studioso capace di tradurre l’altezza del pensiero cristiano nella concretezza del quotidiano. In questa conversazione, ci conduce per mano alla scoperta di un Francesco inedito, spogliato dalle incrostazioni del mito e restituito alla sua verità di uomo “riuscito” perché radicalmente libero.
Padre Domenico, il suo alto profilo teologico e accademico la porta da tempo a ricoprire ruoli importanti nel panorama culturale italiano e a rivestire prestigiosi incarichi. Ci può raccontare come nasce la sua vocazione? E come nasce, poi, la scelta di studiare Francesco in modo così approfondito?
Sono figlio della terra “forte e gentile” d’Abruzzo, precisamente della campagna del Feudo Alto di Castellalto (TE). Secondo di cinque figli (tre fratelli e due sorelle), genitori contadini che per mantenere la famiglia hanno dovuto emigrare: mio padre in Svizzera e mia madre in lavori stagionali nelle risaie in Piemonte e nella raccolta dell’uva da tavola nei vigneti del chietino. La vocazione si è rivelata a me in modo graduale: accolsi una proposta vocazionale francescana (dopo un mese di colonia estiva al mare) alla fine delle elementari; forse soprattutto un desiderio di continuare a coltivare le amicizie e usufruire di un campo sportivo, cose che non avevo nel mio mondo rurale. Conoscendo la vita di Francesco d’Assisi, avvertivo in me la bellezza della fede cristiana. Francesco mi ha mediato la fede, perché la fede cristiana è testimoniale, si trasmette con la vita di testimonianza, cosa che già avevo respirato in famiglia. Studiare Francesco in modo più approfondito è scaturito dal riconoscere sempre più in lui una persona riuscita, autentica, vera: aspetti che mi hanno condotto ad approfondire la relazione di Francesco con Gesù Cristo, perché è questa relazione che ha dato senso, consistenza e prospettiva al suo vivere. L’ascolto del Vangelo, l’incontro con Gesù Cristo e il riconoscerlo nei fratelli (iniziando dai lebbrosi), fa sbocciare il suo humanum che continua ad attirare tanti, anzi tutti, non solo i credenti.
Oggi, tra i suoi vari impegni, Lei ricopre il ruolo di parroco a Rivotorto, tra i luoghi più significativi della storia di Francesco; proprio perché è al ‘Tugurio’ di Rivotorto che ha mosso i primi passi ed è qui che ha scritto la prima Regola. Cosa significa per Lei questo incarico?
L’essere stato designato e nominato pochi mesi fa parroco della comunità cristiana di Rivotorto (e di Capodacqua) di Assisi alla mia età è stata una novità che mi ha sorpreso: ho dato la mia disponibilità, avendo imparato che l’obbedienza è il metodo (metà=oltre; hodós= la via) di Dio per farci ‘andare oltre’ e slargare orizzonti e il respiro della vita. Non si finisce mai di “imparare ad imparare”. Sto imparando a credere e a vivere da questa gente e da questo luogo, segnato dai primi passi di Francesco, come Lei ricordava, con il Vangelo come Propositum vitae (Regola di vita): Vangelo della fraternità e della prossimità. Qui, a Rivotorto, Francesco fa esperienza della conversione, ossia del passaggio dall’io autocentrato al ‘decentramento in Dio’ riconosciuto nell’altro, specialmente nei più bisognosi (come erano i lebbrosi del suo tempo che stazionavano nella zona di Rivotorto). Ancora si conserva la chiesetta romanica del XII secolo dedicata a santa Maria Maddalena, sulla strada che porta alla Porziuncola, a circa un chilometro dal Santuario del Sacro Tugurio. In questo spazio avviene l’incontro con i lebbrosi: l’evento che cambia la vita di Francesco, come egli stesso afferma nel Testamento, dettato in prossimità della morte. Ricorda che gli sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi, perfino da lontano, ma il Signore lo condusse da loro. Francesco esercita ed ottiene misericordia. Questo fatto, l’abbraccio al lebbroso, segna il suo cambiamento, la sua conversione all’amore, il passaggio dalla tristezza (‘amarezza’, dice nel Testamento) alla ‘dolcezza’, alla gioia. Qui a Rivotorto Francesco, dopo la conversione, sperimenta la prima fraternità: il Tugurio era una catapecchia abbandonata (l’attuale è una ricostruzione del 1926 che si conserva all’interno della Chiesa neogotica) e fu la prima dimora dei frati, come narrano le fonti storiche. Qui ricevette da Dio il dono dei primi compagni, Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani, ai quali, in un secondo momento, si aggiunse Egidio.
Il dialogo interreligioso è una delle sue grandi passioni accademiche. In un momento di conflitti globali, come può la “via della mitezza” francescana diventare uno strumento politico di pace?
In verità il dialogo – inteso come apertura costitutiva all’altro da sé, come confronto e scambio onesto – è l’unico vero antidoto alla polarizzazione ideologica e socioculturale del nostro tempo. Il dialogo si fonda sul riconoscimento dell’altro non come nemico, ma come fratello in cammino con me. Francesco toglie dal suo vocabolario le categorie di amico-nemico, per riconoscere una fraternità universale “cum tucte le creature”. Nella ricerca sincera della verità, il dialogo apre a un’avventura di reciprocità e riconoscimento che sana la frammentazione e la crisi di intelligibilità della nostra epoca. Il dialogo mite è quello che non tende all’affermazione di sé, ma a ricercare con umiltà un orizzonte comune. Ci sorprende Francesco che durante la crociata va disarmato nel campo nemico e usa parole disarmanti, come ci ripete papa Leone; la mitezza, forza di autodominio che non aggredisce e non si impone, promuove l’incontro e il dialogo come antidoto contro ogni forma di violenza: il dialogo che sa riconoscere nel perdono la via di pacificazione universale. Francesco guarda al perdono come al modo d’essere del Dio di Gesù Cristo. Non si tratta però di un ‘dialogo dell’accomodamento’, ma di quello che nasce dalla verità umile che, sull’esempio di Gesù, si lascia crocifiggere per salvare l’altro. Il dialogo, nella verità di fondo che Dio è Padre di tutti e, quindi, tutti siamo fratelli e sorelle; il dialogo, alla luce della verità del Vangelo, richiede che si amino anche i nemici e si preghi per i persecutori. Questo dialogo disarma il nemico, tanto che nasce un’amicizia tra il Sultano e Francesco. Francesco non solo ‘dona’, annunciando il Vangelo, ma anche ‘riceve’ dal Sultano d’Egitto, Malik-al-Kamil, un insegnamento che riporta ad Assisi e nella vita dei frati. Non è un caso che Giovanni Paolo II abbia scelto Assisi per l’incontro dei capi delle religioni, il 27 ottobre di quarant’anni fa, perché in Assisi – grazie allo stile mite ed umile di Francesco – tutti si sentono ‘a casa’ e accolti. Il dialogo è vedere nell’altro un fratello, una sorella da amare, non da combattere – perché Dio non benedice alcun conflitto, come ripete papa Leone. La cultura del dialogo è via a ricercare con umiltà un orizzonte comune; la via del dialogo è quella del rispetto assoluto per gli altri. La mitezza, purtroppo, “è la più impolitica delle virtù”, come diceva Norberto Bobbio, e assistiamo a una conflittualità disumana.
San Francesco d’Assisi è una figura che affascina anche i non credenti. Cosa ha da dire il Povero di Assisi nel 2026, alla società dell’efficientismo e del consumo sfrenato in cui viviamo?
Francesco è attuale, paradossalmente, anche per la sua inattualità. La sua attrattiva scaturisce proprio dall’attualità inattuale della sua vita evangelica, in cui l’accento viene posto sulla minorità: infatti al suo gruppo fin dall’inizio egli assegna il nome-programma di “frati minori” perché, diceva, (contemplando l’umiltà-minorità di Dio nell’Incarnazione e la carità nella Passione-morte di Gesù) imparino che il vero amore significa farsi ‘minore’ nei confronti dell’altro, di chiunque altro. Chi ama si fa piccolo, si decentra rispetto all’amato, si fa povero. E impara ad amare, chi si sente amato da Dio da sempre e per sempre; amato da quel Dio che dona tutto sé stesso per salvare tutti, che non vuole sacrifici ma, proprio per liberarci dai sacrifici, sacrifica sé stesso; quel Dio che è solo misericordia e chiede solo misericordia. Torno al concetto espresso all’inizio: Francesco è Francesco perché è un cristiano. È sufficiente confrontare il suo linguaggio con i nostri linguaggi. Francesco si esprime in parole che dicono umiltà, povertà, fragilità; oggi invece il linguaggio è fondato sull’orgoglio, sul potere e sulla performance. Dobbiamo promuovere il dialogo e il confronto su quale sia la nostra visione di Dio, dell’essere umano, della storia e del mondo, per aprirci a riconoscere la verità che è solo libertà e amore. Francesco affascina perché è una persona che ha fatto un vero cammino di libertà nel paradosso dell’autoaffermazione nella autonegazione.
Oggi parliamo molto di ‘ecologia integrale’: come può la spiritualità francescana aiutarci a passare da un’ecologia fatta solo di regole e divieti a una fondata su un senso di autentica fraternità con il creato, definito da Papa Francesco ‘la nostra casa comune’?”
L’ecologia integrale testimoniata da Francesco (il termine fu introdotto da papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’), quando è riconosciuta, accolta e vissuta, è promozione umana (dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini); è quella che mette in relazione Dio creatore, l’essere umano (chiamato a partecipare alla stessa vita divina e alla comunione) e il creato in una fraternità universale e cosmica, aperta e accogliente. Il fratello “minore” Francesco diventa quello che è, schiudendosi nella relazione con ciò che è altro da sé, e restituendo gratuitamente quanto gratuitamente riceve dalla vita, da Dio. L’ecologia integrale in questa prospettiva è antidoto all’odierna ‘cultura dello scarto’, in quanto è cultura di cura delle persone, della casa comune, delle parole, … delle cose, come ripeteva papa Francesco.
Ai giovani che guardano al futuro con ansia, quale “parola di speranza” si sente di consegnare, attingendo al carisma della speranza cristiana?
La parola che Francesco direbbe oggi ai giovani è un invito a imparare a ringraziare, riconoscendo il primato del dono, della grazia. La parola da rimettere al centro nel cammino personale, familiare, sociale, è “grazie”; la parola più bella perché esprime la gioia della persona che si sente riconosciuta, riconosce e si riconosce. Senza il “grazie”, non vive secondo la sua natura di essere in relazione, ma resta in un’autoreferenzialità con vari gradi di autismo (fino alla patologia severa). “Grazie”, nella sua brevità, racchiude una moltitudine di significati e sfumature che sanno unire le persone, creando e alimentando un clima di fiducia, serenità e fraterna scioltezza. Francesco d’Assisi illumina e si illumina di senso, mentre si apre e riconosce sempre più la grazia di Dio, che lo libera dall’attaccamento al suo io e dal bisogno di primeggiare, molto forte nei suoi anni giovanili.
Un’ultima domanda: San Francesco è spesso definito ‘il più laico dei santi’. È questo il segreto della sua perenne attualità?
Lo storico medievista Franco Cardini, noto studioso di Francesco, era solito affermare che nella vita è una disgrazia non piacere a nessuno, ma è una disgrazia ancora più grande piacere a tutti, perché allora si corre il rischio di essere continuamente fraintesi, stiracchiati, equivocati. Ciò è capitato e capita a Francesco d’Assisi, che ha subìto innumerevoli metamorfosi culturali nel corso del tempo. In questo si trova la cifra della sua modernità. Francesco è percepito oggi come moderno e “laico” perché appartenente al popolo (‘laico’ viene da laòs che significa ‘popolo’): non è un aristocratico né un intellettuale né un uomo di curia, parla e scrive in volgare (la lingua del popolo, cioè del vulgus), promuove la fraternità universale e cosmica, … tutti aspetti veri, ma da lui appresi nella sequela di Gesù Cristo e testimoniati grazie al radicamento nel Vangelo. Allora la ‘laicità’ di Francesco, la sua modernità attraente provoca una seria e serena riflessione dialogica sulla fede cristiana che “in verità è amore”, ossia è vera ed è la verità dell’amore rivelato da Gesù di Nazareth, seguito da Francesco con tutto sé stesso.
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