Duecento opere a Palazzo Bonaparte di Roma per ripercorrere l’universo del “vecchio pazzo per la pittura”, la sacralità del Monte Fuji e la furia dell’Onda che diventano il ponte eterno tra Oriente e Occidente
«Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro e riescono a creare una figura con pochi, ma decisi tratti, con la stessa facilità con la quale ci abbottoniamo il gilet. Ah, devo riuscire anche io a creare delle figure con pochi tratti». Le parole di Vincent Van Gogh raccontano di un incontro: quello tra l’arte occidentale e la tradizione figurativa giapponese. L’apertura dei porti tra il 1853 e il 1854 pose fine a oltre due secoli di isolamento del Giappone e favorì il contatto tra l’Europa e la ricchissima cultura nipponica. Van Gogh aveva comprato le sue prime stampe giapponesi ad Anversa, uno degli scali più trafficati d’Europa, nel quale ogni giorno arrivavano carichi di merce da ogni angolo del globo. Per lui, l’incontro con l’arte orientale era stata una folgorazione, per i colori accesi, le campiture piatte, i contorni marcati e le inquadrature inusuali. Quando si trasferì ad Arles, nel 1888, trovò nel paesaggio provenzale quella luce e quei colori che cercava, tanto da scrivere al fratello Theo di sentirsi “in Giappone”. Affascinato dall’onda di Katsushika Hokusai (1760-1849), descriveva i cavalloni del maestro giapponese come «artigli, la barca è intrappolata in mezzo a loro, ma la puoi sentire». La stampa di Hokusai fu certamente la più visitata in Europa, non solo in pittura e grafica. La scultura di Camille Claudel trasformò le barche minacciate dai marosi in altrettante ninfe danzanti, e Claude Debussy, che sosteneva di essere stato influenzato da Hokusai nella concezione della sua sinfonia La mer, volle che La grande onda presso Kanagawa fosse usata come sovracopertina per la pubblicazione della sua opera.
La xilografia, parte della serie dedicata alle Trentasei vedute del Monte Fuji, è esposta alla mostra di Palazzo Bonaparte a Roma, che ripercorre l’intero, lunghissimo (morì quasi novantenne) percorso di Hokusai. Pittore e incisore prolifico e immaginifico, “il vecchio pazzo per la pittura”, come si definiva, è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per le sue stampe Ukiyo-e dove la natura, il movimento dell’acqua, il paesaggio, le figure femminili e la vita del popolo giapponese diventano protagonisti di una visione poetica e sorprendentemente moderna.
Oggi la sua Grande Onda, forse la più nota stampa giapponese in Occidente, ha raggiunto cifre da record. Tre anni fa, in occasione della Japanese and Korean Art di Christie’s a New York, è stata venduta alla cifra di 2.760 dollari. All’epoca degli Impressionisti, invece, si poteva acquistare allo stesso prezzo di due piatti di noodle. Claude Monet ne aveva una, esposta insieme a una straordinaria collezione di stampe giapponesi, nella sua casa di Giverny.
Hokusai è stato ed è ancora oggi un ponte tra il mondo orientale e quello occidentale, l’artista che più di ogni altro ha consentito un dialogo culturale profondo e duraturo tra due tradizioni artistiche che continuano a influenzarsi e arricchirsi reciprocamente.
La mostra, a cura di Beata Romanowicz, presenta oltre 200 opere provenienti dalla prestigiosa collezione del Museo Nazionale di Cracovia e ripercorre il percorso creativo di Hokusai, dalle opere legate alla tradizione quali Le cinquantatré stazioni del Tōkaidō, la più importante via commerciale giapponese, passando attraverso capolavori come le Trentasei Vedute del Monte Fuji, la cui maestosa sacralità viene descritta nel passaggio delle stagioni. Dal viaggio attraverso i paesaggi giapponesi, spiega la curatrice, si cambia di prospettiva, per «un percorso metaforico nell’interiorità. Si dispiegano scene tratte da leggende e parabole giapponesi, illustrate da Hokusai con una straordinaria sensibilità verso la letteratura e il linguaggio». Tra le sale si potrà conoscere un Hokusai più segreto, interprete della poesia dei grandi maestri del suo Paese, e amante del mondo dei fantasmi e delle apparizioni. Entrando in questo mondo – spiega ancora Romanowicz – bisogna essere pronti non solo a composizioni xilografiche di altissima qualità che narrano storie sanguinose e drammatiche, ma anche a esperienze uniche ad esse legate. Fino ad arrivare in quell’universo affascinante che sono gli «schizzi che fluiscono liberamente dal pennello» (in giapponese: manga), antenati dei moderni fumetti manga giapponesi, che devono il loro nome proprio ai titoli degli album Manga di Hokusai, che ispirarono Edgard Degas per le sue ballerine. Oltre alle stampe, sono esposti libri rarissimi e preziosi, oggetti giapponesi, tra cui laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a esempi di strumenti musicali classici. I costumi tradizionali – kimono, giacche haori e fasce obi – accompagnano visivamente il racconto, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità.
Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese
Roma, Palazzo Bonaparte
Fino al 29 giugno
Info: 06 8715111
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