Lo scrittore e regista si racconta, tra il legame con Raffaella Carrà, l’uso creativo dell’intelligenza artificiale e le lezioni del padre Pipolo. Dalle fotocopie di Tre metri sopra il cielo alla difesa delle proprie storie, contro la superficialità delle critiche moderne
Il padre, lo storico regista e sceneggiatore Pipolo, gli ha insegnato a tenere i piedi per terra e a non farsi condizionare dalle critiche. «Oggi i giudizi più negativi arrivano soprattutto sui social, ma senza che le persone abbiano piena conoscenza del lavoro che fai», racconta a 50&Più Federico Moccia, autore di libri di successo come Tre metri sopra il cielo e Scusa ma ti chiamo amore. Lo scrittore, regista e sceneggiatore romano, classe 1963, dal 24 al 26 luglio sarà nuovamente il presidente di giuria del Pop Corn Festival del Corto, che ogni estate – da nove edizioni – si svolge a Porto Santo Stefano, sul promontorio dell’Argentario.
Moccia, come mai è così affezionato a questa manifestazione?
Da cinque anni faccio parte del Festival perché è legato alla figura di Raffaella Carrà, con la quale Castellano e Pipolo fecero diversi programmi. Vedevo Maga Maghella a Canzonissima da piccolo. Poi mi sono trovato a lavorare io stesso con lei come autore nel Fantastico con Johnny Dorelli. Al Pop Corn c’è un riconoscimento intitolato a Raffaella, che aveva deciso di premiare ogni anno il corto che in qualche modo la rappresentava un po’ di più.
Com’è cambiato il modo di raccontare le storie attraverso i cortometraggi?
C’è un’evoluzione continua da parte degli autori sia più giovani che adulti. È inevitabile l’osservazione di ciò che succede nel mondo. Vedremo sempre più lavori legati, ad esempio, al rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale.
L’IA la spaventa come autore?
Io la utilizzo come aiuto, ricerca, valutazione, anche critica. Le puoi sottoporre delle cose per farti fare un’analisi degli aspetti più deboli di ciò che vuoi raccontare. Ultimamente mi è capitato di farle leggere una storia che avevo scritto e mi ha contestato il lieto fine, invitandomi a ragionare su un epilogo diverso. Resto comunque io l’ultimo a decidere quale strada seguire, ma l’IA può darmi dei consigli. Va usata in un certo modo.
Come il telefonino, internet e i social?
Dovrebbero essere usati come mezzi a nostro servizio. Non dovremmo esserne condizionati. L’uomo deve sempre avere padronanza di ciò che accade. Bisogna saper gestire un cellulare, senza rimanere tutto il tempo con gli occhi su quel dispositivo.
Oggi trovare l’ispirazione per scrivere una storia è più complicato?
È più difficile la comunicazione, rendere un evento ciò che fai, creare l’attenzione giusta. Ho scritto Tre metri sopra il cielo nel 1992, ma è uscito solo dodici anni più tardi. Non lo voleva nessuno. In una piccola copisteria di Roma, il produttore Riccardo Tozzi trovò per caso le fotocopie del romanzo. Lo prese facendolo leggere alla nipote e lei gli disse che quella storia doveva diventare un film. Quando racconto la storia delle fotocopie, tutti mi dicono che ho avuto un’idea di marketing pazzesca, quando in verità si è trattato di pura casualità.
Oltre a scrivere libri e fare film, dal 2021 è autore del programma Citofonare Rai 2.
Ogni sabato racconto in prima persona una storia che mi ha emozionato e la ripropongo agli spettatori attraverso un racconto, con musiche e immagini. Ultimamente ho parlato di Sylvester Stallone, del fatto che un suo difetto, la difficoltà a parlare per via della faccia leggermente storta, è diventato la sua forza. Voleva ostinatamente fare l’attore. Ha rifiutato 300mila dollari perché voleva essere lui il protagonista di Rocky e alla fine ce l’ha fatta.
C’è stato un grande rifiuto di cui si è pentito?
Quando Raffaella Carrà mi invitò con alcuni autori nella sua villa al mare per lavorare a un programma e io declinai perché già impegnato. Ero molto giovane e pensai che mi sarebbe ricapitata quell’occasione, ma non fu così.
C’è, invece, qualcosa che ha realizzato e farebbe diversamente?
Avrei posticipato la partenza del film Universitari… Molto più che amici. Quel lavoro è stato difficile perché non riuscivo a trovare gli attori giusti per quel tipo di storia e il tempo era ristretto.
Cosa le ha insegnato professionalmente suo padre?
A stare sempre con i piedi per terra e a non dar retta alle critiche. Anche lui e Castellano ne hanno ricevute molte, da Innamorato pazzo a Il bisbetico domato, che sono stati poi successi incredibili al botteghino. Papà mi diceva: “È normale che la gente possa criticarti. Ascolta le critiche, ma continua a fare bene il tuo lavoro e a considerare il tuo pubblico”.
E lei di critiche ne ha ricevute?
A volte sono state fortissime. C’è chi ha trattato con superficialità alcuni miei romanzi, che non erano semplici libri adolescenziali, ma trattavano temi come la violenza, l’educazione sentimentale e la libertà di una donna. Una farmacista mi disse che non le piaceva ciò che scrivevo, ma quando le chiesi cosa in particolare, mi rispose che non aveva letto neppure un mio libro. Il giudizio critico di una persona si dovrebbe formare su una conoscenza. Questo è ciò che avviene spesso anche sui social, dove le persone giudicano senza sapere. Io preferisco considerare chi si è emozionato, ha riso, ha pianto leggendo i miei libri e vedendo i miei film. E questo è accaduto non solo in Italia, ma in tanti Paesi del mondo, dalla Germania fino in Cina. Vuol dire che le mie storie hanno superato i confini.
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