Il compositore di Febbre da cavallo e Sette note in nero analizza l’evoluzione della musica tra analogico e intelligenza artificiale. Dai tour mondiali alla scuola per i nuovi talenti: «I registratori oggi sembrano astronavi, ma la scintilla resta l’incontro tra le persone»
Nel 2024 ha ricevuto il Premio Carlo Savina al Festival del Cinema di Spello e dei Borghi Umbri. Quest’anno Fabio Frizzi è tornato ospite della manifestazione dedicata alle professioni del cinema per parlare della sua carriera e di come si è evoluta la musica nei decenni, anche con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Figlio di un uomo di cinema (il distributore Fulvio Frizzi), il compositore, 74 anni, è cresciuto in una casa dove si parlava quasi esclusivamente di film. Nella sua carriera ha spaziato tra i generi, realizzando colonne sonore di cult come Fantozzi, I quattro dell’Apocalisse, Febbre da cavallo, Sette note in nero e Zombi 2. Da circa quindici anni porta avanti il progetto Frizzi 2 Fulci, omaggio alla storica collaborazione e amicizia con il regista Lucio Fulci, mentre tra masterclass e la sua scuola di musica insegna ai giovani l’amore per quest’arte.
Frizzi, quanto è importante parlare delle tante professioni del cinema?
Il film è un’opera collettiva, un grande mosaico fatto a mille mani. Ecco perché ci dovrebbe essere grande attenzione per tutti i reparti, dai truccatori a chi si occupa degli effetti speciali, dagli scenografi ai costumisti. Per questo è importante che ci sia un festival che, con coraggio, dedica la sua attenzione a tutte le figure che lavorano nel cinema.
Tra i suoi primi film di successo c’è Fantozzi di Luciano Salce. Quanto è stato di ispirazione Paolo Villaggio nella realizzazione della colonna sonora?
Avevo 23 anni quando l’ho incontrato la prima volta. Per me fu un momento magico. Era un personaggio dello spettacolo importante, anche controcorrente. Avevo letto il suo libro su Fantozzi. Ricordo la sua grande educazione, ma anche simpatia. Mi parlò del ragionier Fantozzi e la ballata che scrissi è nata proprio con l’idea di realizzare qualcosa di divertente per un uomo dalla vita terribile. Per questo scelsi come strumento principale il fagotto, così grottesco, ma anche un po’ tragico.
Nel 1976 ha lavorato a Febbre da cavallo di Steno?
Erano i tempi del mio trio Bixio-Frizzi-Tempera. Uno dei nostri coristi milanesi inventò, sulla melodia che avevamo scritto, il fonema gutturale che poi è diventato il marchio del film. Ventisei anni dopo ci siamo riuniti per il sequel, Febbre da cavallo-La mandrakata dei Vanzina. È stato un bel momento di incontro, umano e lavorativo.
Nella sua carriera ha spaziato dalla commedia all’horror.
Eravamo giovani compositori che si cimentavano in tanti generi diversi, dal giallo al poliziottesco, dal western ai film dell’orrore. Ho avuto la fortuna di incontrare Lucio Fulci negli anni Settanta e di iniziare a far parte del suo gruppo di lavoro. Dal 2013 porto in giro per il mondo il progetto Frizzi 2 Fulci, nato con l’idea di raccontare e celebrare un amico. Oggi siamo a oltre 150 concerti.
Quentin Tarantino ha inserito in Kill Bill: Volume 1 il brano Sette note in nero, composto per l’omonimo film di Fulci. Come lo ha scoperto?
La produzione contattò i nostri editori dell’epoca. Quando me lo hanno detto, sono rimasto sbalordito. Poi guardando la scena in cui lo aveva inserito, quella in cui La Sposa si risveglia dal coma, sono stato molto felice. Tarantino è un cavallo di razza e ha saputo usare quel brano in modo speciale.
Quali sono stati i suoi maestri di riferimento da ragazzo?
Ennio Morricone, Nino Rota, Armando Trovajoli, Carlo Rustichelli, Piero Piccioni, che poi sono diventati anche amici. Sono stato un grande fan di Vangelis, compositore greco nato artisticamente a Parigi che, secondo me, ha saputo creare delle colonne sonore incredibili, in modo istintivo e profondo, come quelle di Momenti di gloria e Blade Runner. Quest’ultimo è il film culto della mia vita.
Anni fa, insieme a sua moglie Francesca, ha fondato la scuola Octopus Music Factory, per trasmettere ai giovani l’amore per quest’arte.
Nel tempo è diventata una piccola e bella realtà romana frequentata da tanti ragazzi. Insegno anche al Conservatorio di Lucca e vedo che c’è una nuova generazione piena di passione e cuore. Al di là di dove mettere le dita, questo mestiere va fatto con l’anima.
Come sta cambiando la musica, tra nuove tecnologie e intelligenza artificiale?
Già molto prima dell’arrivo dell’IA quest’arte si è modificata. Quando ho cominciato, all’inizio degli anni Settanta, i Beatles si erano sciolti da poco. In quegli anni si usavano pochissime tracce, solo otto, per poter registrare gli strumenti, e i registratori sembravano navi spaziali. Oggi si possono utilizzare mille tracce, non ci sono limiti, anche se il digitale ha tolto quel che di bello aveva l’analogico. L’intelligenza artificiale è un argomento apertissimo e nuovo, difficile da sintetizzare in poche battute. Ma nulla potrà mai cambiare o sostituire l’intelligenza delle persone, come la capacità di scrivere un tema musicale.
Adesso è al lavoro su nuovi progetti?
Ne sto preparando uno in Inghilterra, oltre a un lungo tour che farò in America nella seconda parte dell’anno. Sto finendo due cortometraggi, tra cui Il teatro dei morti viventi, dei giovani torinesi Riccardo Livermore e Giulio Maria Cavallini. Mi hanno chiamato, vista la mia preparazione sugli zombi.
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