Due americani su tre bocciano il presidente sulla gestione della guerra. Le risposte riflettono la situazione economica del Paese
Quando Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato a gennaio scorso, prometteva di raddrizzare l’economia americana e di riportare stabilità sui prezzi. Sei mesi dopo, la situazione si presenta ben diversa. Gli ultimi rilevamenti mostrano un quadro preoccupante per il presidente: il suo tasso di approvazione è sceso al 37%, mentre la disapprovazione ha raggiunto il 62%. Ma ciò che preoccupa i Repubblicani è il crollo di consensi a meno di sei mesi dalle elezioni di Midterm di novembre, quando gli americani torneranno alle urne per decidere il controllo della Camera e del Senato.
La guerra in Iran divide gli americani
Secondo l’indagine Washington Post-ABC News-Ipsos, condotta tra il 24 e il 28 aprile su circa 2.560 adulti, il 66% dei cittadini Usa disapprova il modo in cui Trump sta gestendo il conflitto con l’Iran. Per il 61% l’uso della forza militare contro Teheran è stato un errore. Meno di due su dieci credono invece che l’operazione del presidente sia stata efficace. La guerra è diventata impopolare quanto quella in Iraq nel 2006 e persino quanto il Vietnam. Ma il dato più sorprendente riguarda proprio il voto interno ai Repubblicani. Secondo il sondaggio il tasso di approvazione complessivo del presidente si attesta ora al 37%. Tra i repubblicani, il sostegno a Trump rimane stabile all’85%, ma scende al 56% – un nuovo minimo – tra «gli indipendenti che tendono a votare per il Partito Repubblicano». Considerando l’insieme degli elettori indipendenti, l’approvazione è al 25%.
Il peso delle bollette
Se la guerra divide è la crisi economica a far perdere approvazione al presidente. Durante la campagna del 2024, Trump aveva garantito di dimezzare i costi dell’energia. Invece, da quando ha preso il suo incarico nel gennaio 2025, le bollette energetiche sono aumentate del 6,9%, mentre i prezzi della benzina hanno subito un rincaro del 15%. In due sole settimane, i carburanti sono lievitati ancora di più: la benzina del 22% e il diesel del 32%. Numeri che spiegano il 76% di disapprovazione che il presidente raccoglie sulla gestione dei costi per le famiglie. La situazione non è uniforme su tutto il territorio americano. Nel corso di una visita a Mar-a-Lago, in Florida, a Palm Beach, chi fa carburante deve versare quasi 4 dollari al gallone, mentre la media nazionale è di 3,63 dollari per gallone. Un dettaglio potenzialmente decisivo in una campagna elettorale dove ogni voto conta.
La crescita economica non decolla
Dietro i numeri del sondaggio ci sono i dati economici. Nel primo trimestre del 2025, la crescita economica americana si è fermata allo 0,7%, Al contempo, l’inflazione rimane stabile al 3,1%, ancora al di sopra del target della Federal Reserve. L’indice dei prezzi per i consumi personali, quello su cui la banca centrale americana basa le sue decisioni sui tassi di interesse, mostra segnali misti che non permettono ai responsabili delle politiche monetarie di scendere con i tassi come molti auspicavano. Nel frattempo, i prezzi del petrolio hanno raggiunto livelli critici, avvicinandosi ai cento dollari al barile. È la guerra in Iran, ancora una volta, a pesare sull’economia reale degli americani.
Il progetto flop della sala da ballo
Anche la ristrutturazione della Casa Bianca, in particolare il controverso progetto di costruzione di una grande sala da ballo, sta erodendo il consenso del presidente. Stando al sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos, il 56% degli americani è contrario a questo progetto. Solo poco meno del 30% lo supporta, mentre il 16% rimane incerto. La questione si è riaccesa dopo l’attentato all’hotel Hilton. Trump ha subito collegato l’episodio alla necessità di costruire questa nuova struttura all’interno dei confini della Casa Bianca, affermando su Truth Social che rappresenta una questione di sicurezza nazionale.
Il nodo dei fondi
Ma qui emerge un altro elemento di frizione: il finanziamento. Inizialmente Trump aveva garantito che i 300 milioni di dollari necessari sarebbero arrivati da donazioni private. Tuttavia, questa settimana un gruppo di senatori Repubblicani ha presentato una proposta per stanziare 400 milioni di dollari di denaro pubblico, finanziati attraverso tasse di ingresso ai parchi nazionali e dazi doganali. Un’operazione che stride ulteriormente con le promesse iniziali e che alimenta il sospetto che il costo reale sarà ben più alto di quanto annunciato.
Sei mesi decisivi
Il quadro è di un presidente in difficoltà. I prossimi sei mesi che lo separano dalle elezioni di Midterm saranno cruciali non solo per la sua agenda legislativa, ma per la stessa sopravvivenza della maggioranza Repubblicana in Congresso. I sondaggi indicano una traiettoria in discesa, alimentata da una combinazione di fattori: una guerra impopolare, un’economia fragile, e una serie di iniziative come la ristrutturazione della Casa Bianca che non trovano il consenso dell’opinione pubblica. Teheran potrebbe essere il fattore decisivo. Basta ricordare come il Vietnam minò la presidenza di Lyndon B. Johnson all’inizio degli anni Settanta, o come l’Iraq abbia influito sulla presidenza di George W. Bush. Trump ora si ritrova a combattere simultaneamente su due fronti: quello militare e quello economico. Non è una posizione invidiabile.
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