Alla Fondazione Magnani-Rocca una grande mostra ripercorre la stagione visionaria tra fine Ottocento e inizio Novecento. Oltre 140 opere svelano il passaggio dalla realtà al sogno, tra paesaggi mentali, miti inquieti e l’ambivalente fascino delle femmes fatales
Il simbolismo, diceva Philippe Daverio, «è una sorta di curioso fiume carsico che attraversa tutta la cultura del diciannovesimo secolo, prendendo le origini nel movimento romantico ma tradendone la capacità di rivolgersi alla vita pubblica. Se il romanticismo in fondo andrà a finire nei gesti rivoluzionari del 1830 e del 1848, il simbolismo andrà a generare sensibilità completamente diverse […] e troverà la sua vera radice nell’abbandono dell’impegno pubblico e nella scoperta di ciò che sta all’interno dell’anima».
Alla stagione più visionaria dell’arte italiana tra Otto e Novecento è dedicata la mostra Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915, allestita a Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo (PR), sede della Fondazione Magnani-Rocca. Curata da Francesco Parisi e Stefano Roffi, allinea più di 140 opere tra dipinti, sculture, incisioni, per raccontare la peculiare fisionomia della via italiana al Simbolismo, riconoscibile nella convergenza tra istanze spirituali e la costante riflessione sul mito e sul paesaggio, capace di tenere insieme tradizione e modernità. Nonostante i suoi tratti peculiari, spiegano i curatori, «è possibile riconoscere alcune consonanze, una sorta di armonia di “intonazioni” che collegano il Simbolismo italiano al più vasto movimento internazionale – il ricorso al mito e all’allegoria, la centralità della figura femminile come polo ambivalente di perdizione e redenzione, l’uso del paesaggio come proiezione simbolica di condizioni spirituali -».
«Si tratta – racconta Roffi – di un periodo artistico veramente intrigante, in cui gli artisti abbandonano la rappresentazione del vero e squarciano quello che può essere considerato il velo di una realtà diversa, si dedicano a rappresentare il mistero che è nel paesaggio, il mito, la figura femminile in ruoli ambivalenti», santa e peccatrice, angelo e demone, corpo spirituale e corpo seduttivo. Donne sacralizzate, vergini confortanti e presenze consolatorie si affiancano a figure ibride, corpi efebici che uniscono attrazione erotica con l’enigma della morte, come la sfinge, o come la Semiramide di Cesare Saccaggi, simbolo della mostra, femme fatale che rievoca il fascino e la sensualità di figure femminili come l’attrice Sarah Bernhardt, Eleonora Duse e la marchesa Luisa Casati (quest’ultima era solita girare con un piccolo leopardo al guinzaglio), tutte protagoniste di una società che celebrava l’immagine della donna forte e seducente. Tra lo splendore dell’oro e di pietre preziose dipinte, Semiramide rappresenta l’enigma che non può essere svelato. Allo stesso modo delle creature “dichiaratamente pagane”, come furono definite dalla critica le Ondine di Ettore Tito, «che non hanno nulla della malinconia romantica, nulla del presagio funebre. Non sono l’Ofelia preraffaellita che galleggia verso la morte. Sono creature della Terra – impregnate di sostanza naturale, di linfe e di verde – che riassumono in un solo corpo la divinità della natura e quella della fantasia umana».
Il percorso spiega inoltre le ragioni della ricezione tardiva del Simbolismo nel nostro Paese rispetto a Francia, Belgio e area mitteleuropea, evidenziando scambi culturali importanti, come la presenza di Böcklin a Firenze, il milieu preraffaellita attivo tra Roma e Firenze e l’influenza della colonia dei Deutsch-Römer, artisti tedeschi innamorati della città eterna.
Si inizia con un focus sul ruolo della letteratura di fine Ottocento nel preparare nuove strade, con autori come Gabriele d’Annunzio, Neera (pseudonimo di Anna Maria Zuccari) o Angelo Conti che ne La Beata riva (1900) scriveva programmaticamente che «l’arte nuova non vuole rappresentare le cose, ma l’alone di mistero che le circonda. Non la realtà, ma il sogno della realtà; non il visibile, ma l’invisibile che nel visibile traspare».
Nelle opere di Giovanni Segantini, Emilio Longoni e Benvenuto Benvenuti, il paesaggio – nella tecnica del colore diviso – diventa spazio mentale, geografia dell’invisibile. Il mito è poi indagato «non come repertorio di esempi morali ma come spazio simbolico, luogo di proiezioni di inquietudini moderne», scrivono i curatori, come dimostra Abisso verde di Giulio Aristide Sartorio, dove la bellezza sensuale ed eterea di una sirena incarna il mito di amore e thanatos e del tranello mortale che tendono i sensi.
Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915
Mamiano di Traversetolo (Parma) Fondazione Magnani – Rocca
fino al 28 giugno
Tel. 0521 848327 / 848148
www.magnanirocca.it
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