Dall’orrore dell’Etiopia fascista alla solitudine dei millennial, Ilaria Rossetti scava nelle colpe collettive dell’Italia per raccontare come la paura e il silenzio sul colonialismo alimentino il rancore sociale delle periferie moderne
La storia di Abele, un panettiere che per il suo centesimo compleanno si fa portare al circo per vedere gli elefanti. Questa la scena iniziale di Qualcuno da odiare, il romanzo di Ilaria Rossetti che getta un ponte tra l’orrore rimosso della nostra storia coloniale e la rabbia stagnante dell’Italia contemporanea. Nel cuore dell’impresa fascista in Etiopia incontriamo appunto Abele, diciottenne partito con l’illusione di conquistare un futuro e poter finalmente aprire un forno tutto suo, come il padre. Ma l’Africa che trova non è il paradiso promesso, bensì una terra di polvere e violenza che lo segnerà con una colpa non estinguibile. Abele torna a casa sconfitto, portando con sé un segreto e un’amarezza che, nel corso dei decenni, si cristallizzano in un astio sordo verso un mondo che corre troppo veloce (il boom, il divorzio, i supermercati). Quando lo ritroviamo oggi, è il simbolo di una memoria tossica, un uomo che ha trovato rifugio in “Idea Sociale”, un gruppo neofascista che intercetta i dimenticati e trasforma la loro solitudine in risentimento. Il cuore del libro è l’incontro tra Abele e Ludovica, una trentenne precaria, figlia di una generazione tradita, che cerca in quel circolo un senso di appartenenza che la società non le offre. Sui temi del suo romanzo abbiamo sentito l’autrice.
Ilaria, il romanzo lega l’orrore coloniale in Etiopia alla rabbia delle periferie odierne. Qual è il filo rosso che unisce la colpa inestinguibile di Abele alla solitudine di Ludovica?
La paura. Volevo scrivere un romanzo sulla paura: di non capire il mondo, di non capire noi stessi, di non conoscere le parole per raccontare e raccontarsi, di non corrispondere ad ambizioni e aspettative, di non saper reagire ai fallimenti. E volevo scrivere di come la paura molto spesso venga trasformata in rabbia dalle ideologie populiste di estrema destra, in quanto sentimento molto più accessibile e indirizzabile. Abele e Ludovica, in momenti storici completamente diversi, trovano qualcuno che legittima il loro rancore e che fa anche qualcosa di più: indica un colpevole, suggerisce che l’altro, il diverso, è il responsabile delle loro disgrazie.
Abele attraversa un secolo di storia italiana portando con sé un segreto. In che modo il silenzio sul nostro passato coloniale ha contribuito a creare il “risentimento” che vediamo oggi?
L’Italia a oggi non possiede istituzioni dedicate a raccontare e a riflettere sul proprio passato coloniale, nonostante i numerosi crimini di guerra internazionalmente riconosciuti. È un Paese che tuttora glorifica quella fase storica, nella toponomastica e nei monumenti. Da alcuni anni, grazie al lavoro di studiosi e attivisti, le cose stanno cambiando, ma io penso che ci vorrà molto tempo per invertire le conseguenze di questo rimosso: in Italia tuttora esiste una razzializzazione profonda, generatrice di disuguaglianze strutturali e stereotipi, figlia diretta di quel colonialismo che fu il laboratorio di politiche di segregazione e delle leggi razziali.
Il titolo suggerisce che l’odio sia un bisogno primordiale. È davvero necessario avere “qualcuno da odiare” per sentirsi meno marginali?
Non lo penso, tuttavia mi sembra che sia una conseguenza molto diffusa della paura e di una certa fragilità, che nel romanzo cerco di riassumere un po’ brutalmente con queste parole: è molto difficile vivere senza nemici, perché senza nemici sei costretto a fare i conti solo con quello che sei e con quello che puoi.
Un panettiere che voleva solo un forno e finisce al circo per il suo centesimo compleanno. Come ha costruito questa figura così complessa, sospesa tra vittima e carnefice.
Sono partita dalla banalità del male della nostra storia coloniale: in Etiopia, per esempio, nei giorni che seguirono il fallito attentato a Rodolfo Graziani del febbraio del 1937, molti crimini di rappresaglia furono compiuti sì dai soldati italiani, ma anche dai civili che vivevano e lavoravano ad Addis Abeba: autisti, bottegai, sarti, panettieri. Abele arriva dal desiderio di raccontare questo grado zero di umanità e da una suggestione più complessa: volevo raccontare la vita di uno sconfitto che però non fosse una vittima, volevo stare dalla parte del carnefice per provare a rappresentare quella prospettiva tenendo a mente un concetto per me fondamentale, che lo scrittore svedese Stig Dagerman affronta nel suo Autunno Tedesco, e cioè che la sofferenza meritata non è più facile da sopportare di quella immeritata.
Ludovica rappresenta una generazione tradita. Quanto pesa l’assenza di futuro nel rendere appetibili modelli politici autoritari o nostalgici?
Temo parecchio. Ludovica è l’esponente della generazione Millennial, che poi è la mia, e in Italia i Millennial si sono davvero ritrovati ad affrontare una tempesta perfetta di crisi economiche, precarietà, conflitti e pandemie. È un po’ la questione della paura che si trasforma in risentimento: la tentazione, davanti a problemi così complessi, diventa quella di ascoltare chi offre le risposte più semplici.
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