Dalla fuga notturna di Chiara alla “fratellanza” con Jacopa de’ Settesoli, Francesco scardinò le convenzioni del Medioevo riconoscendo alle sue compagne una parità spirituale e un’autonomia che anticiparono i tempi
In una notte di marzo del 1212, una ragazza di diciassette anni fugge da casa. Cammina sola per le strade di Assisi, attraversa la Porta dei Morti e raggiunge la Porziuncola, dove Francesco e i confratelli l’attendono con fiaccole accese. Le tagliano i capelli, le coprono il capo con un velo. Chiara di Favarone, figlia di una delle famiglie più nobili della città, lascia tutto – il casato, la dote, il futuro già scritto – e cambia vita per sempre.
Chiara è la più celebre, ma non l’unica donna a incrociare la strada di Francesco. Il rapporto del Santo con le figure femminili è uno degli aspetti più sorprendenti della sua vicenda. Per un uomo del XIII secolo, e per di più religioso, si muove con una libertà insolita: riconosce loro una dignità spirituale piena e le tratta come interlocutrici autentiche, non come presenze da tutelare in modo paternalistico. Un atteggiamento, per l’epoca, quasi provocatorio.
Con Chiara il legame è profondamente affettivo e fiduciale. Lei fonda le Povere Dame – poi Clarisse -, comunità femminile di clausura con una propria identità spirituale e una forte autonomia interiore. Francesco la considera una guida, non una discepola. Con lei condivide la battaglia più dura: quella per il privilegio della povertà, il diritto di non possedere nulla, nemmeno collettivamente. La Curia Romana accettò a malincuore e solo in extremis; pochi giorni prima di morire, nel 1253, Chiara ottenne l’approvazione della Regola. La tenne tra le mani e la baciò.
Accanto a lei merita di essere ricordata Jacopa de’ Settesoli. Nobildonna romana, vedova di un potente Frangipane, Francesco la conobbe intorno al 1215 a Roma. Con lei si permise una familiarità che riservava a pochissimi: la chiamava “frate Jacopa”, considerandola alla pari dei suoi compagni. Un titolo che era, insieme, un segno di rispetto e di affetto. In punto di morte la chiamò perché gli portasse un saio di lana grezza per la sepoltura e i dolcetti che amava. Jacopa si ritirò come terziaria francescana ad Assisi, dove oggi riposa accanto al suo amico e padre spirituale.
Nel cerchio femminile c’è anche Ortolana, la madre di Chiara, che seguì la figlia nel monastero di San Damiano. C’è Filippa di Leonardo, una delle prime compagne di Chiara, che si unì a lei e ad Agnese (sorella di Chiara) giovanissima, insieme alla sorella Benvenuta. Ci sono le nobildonne Balvina e Pacifica di Guelfuccio. Tutte avevano incontrato il Santo, o la sua parola, e ne erano state trasformate. Spesso contro la volontà delle famiglie. Il rapporto di Francesco con queste donne era improntato alla spiritualità e alla stima reciproca, definendole spesso “spose dello Spirito Santo” e “figlie del Padre celeste”
Chiara è dottore della Chiesa dal 2016. Jacopa è beata. E Francesco, che parlava agli uccelli e abbracciava i lebbrosi, fu anche questo: un uomo capace, in un’epoca in cui alle donne era concesso poco più che il silenzio, di costruire legami veri al di là di ogni convenzione. Cosa che, all’alba del Duecento, non era affatto scontata.
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